Lobster column nel piazzale della Basilica – Foto: Matilde Di Muro
L’artista britannico, dopo una personale esposta al MANN nel 2024, ritorna in Campania con un nuovo percorso fruibile sino al 27 novembre negli scavi della città vesuviana e incentrato su speciali animali marini: le aragoste.
Il linguaggio di Colbert: sotto il ‘velo ludico’, rinascita, cambiamento e fragilità
Lo scorso 27 luglio, presso il Parco archeologico di Pompei, è stato inaugurato un grande progetto di arte pubblica, curato da Cesare Biasini Selvaggi e organizzato da Lorenzo Zichichi, presidente de “Il Cigno Arte”, dal titolo Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology. Si tratta di trenta monumentali sculture site-specific, realizzate dall’artista britannico Philip Colbert, che stabiliscono un dialogo inedito tra arte pop e archeologia. L’esposizione non si limita agli scavi di Pompei ma riguarda anche gli altri siti gestiti da quest’ente, attualmente diretto dallo studioso e archeologo Gabriel Zuchtriegel, tra cui Longola, Boscoreale, Oplontis, Villa San Marco, Villa Arianna e il Real Polverificio Borbonico. In particolare, l’opera esposta a Longola, un sito protostorico ubicato nell’alta valle del Sarno, a circa 10 km a est di Pompei, assume un significato particolare in termini di attenzione, solidarietà e rinascita dopo la ferita inferta dagli incendi, probabilmente di origine dolosa, divampati tra il 19 ed il 21 giugno scorsi.
I temi della rinascita e della fragilità sono il vero significato delle opere apparentemente ludiche di Philip Colbert. L’artista britannico, nato in Scozia e con base a Londra, oggi considerato l’erede di Andy Warhol, dopo una preparazione accademica in filosofia, si è dedicato a creazioni artistiche, pittoriche, scultoree, di abbigliamento e design, tra surrealismo, simbolismo e pop art, esposte in tutto il mondo. “Sono diventato un artista quando sono diventato un’aragosta”, afferma Colbert, che è definito Lobster Man per l’iconico astice rosso presente in tutte le sue creazioni e ormai diventato il suo alter ego universale. I suoi personaggi, in apparenza divertenti, pur essendo una vera e propria esplosione di energia visiva, celano profondi e coinvolgenti significati universali.

L’artista davanti a Pompeii Lobster – Foto: Matilde Di Muro
Infatti l’aragosta, che per i più è semplicemente una creatura affascinante da ammirare dietro le pareti di un acquario oppure un cibo prelibato da gustare in ristoranti di lusso, nella storia è sempre stato metafora di concetti importanti. Per i primi cristiani era simbolo cristologico di resurrezione ed è stato, sin dall’antichità, simbolo di mortalità, rinascita e del dualismo morte-vita caratteristico dell’esistenza umana.
Questo crostaceo, che alla nascita ha il corpo privo di protezione, col tempo acquisisce una corazza, che però non cresce proporzionalmente al corpo stesso, e quando diventa opprimente se ne libera tornando a essere nudo nell’attesa di crearsene una nuova. Questa naturale e straordinaria capacità trasformativa diventa, pertanto, una bellissima metafora del cambiamento evolutivo personale e universale.
Ed ecco che i personaggi iconici di Colbert svelano la loro intima vocazione: inneggiare alla vulnerabilità come punto di forza e incitare al cambiamento generativo di nuova vita, sia individuale che collettiva. È anche il colore a testimoniare tutto questo. Gli astici di Colbert sono di un brillante rosso. Se questa cromia è tipica di questi crostacei quando sono morti, nel caso dei personaggi creati dall’artista, essa simboleggia vitalità.

Lobster gladiator – Foto: Matilde Di Muro
L’ispirazione colbertiana da un mosaico della Casa del Fauno
L’aragosta compare nell’arte di ogni tempo: ricordiamo i dipinti olandesi e le nature morte fiamminghe, come simbolo di vanitas (caducità della vita) e ricchezza opulenta, o, nel surrealismo, il celebre telefono-aragosta di Salvador Dalí. Oggi, le opere pop di Philip Colbert sono disseminate nel Parco archeologico di Pompei non a caso, perché proprio nel sito questo crostaceo compare in un famoso mosaico di età romana. Questo reperto, un pregevole pavimento in opus vermiculatum, che raffigura una lotta sottomarina tra un’aragosta, un polpo e una murena, è stato rinvenuto nella celebre Casa del Fauno (Regio VIII – insediamento VIII, 2, 16) ed è oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Il mosaico rinvenuto nella Casa del Fauno e detto “Marina con pesci” – Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) – Foto: Giorgio Manusakis
Proprio al MANN, tra il 26 gennaio e il 1 aprile 2024, fu allestita una mostra d’arte contemporanea, House of the Lobster, dello stesso Philip Colbert, che si è ispirato a questo mosaico. Per quell’occasione l’artista ha affermato: “Man mano che la mia passione per le aragoste si sviluppava, tracciando il loro simbolismo attraverso la cultura pop e oltre, mi riportava inevitabilmente ai mosaici di Pompei, dove erano tra le prime raffigurazioni. Per me, la collocazione dell’aragosta al centro dell’immagine, intrappolata in questo triangolo della morte, come lo interpreto io, accanto al polpo e all’anguilla, è una potente metafora visiva che ho voluto sviluppare nel mio lavoro, infondendola con una narrazione che trascende il tempo e si connette con lo spettatore a livello viscerale. Il motivo della battaglia non è semplicemente una rappresentazione del conflitto ma un riflesso delle nostre lotte interne, dei conflitti sociali e della danza perpetua tra forze opposte nella vita.”
Una lettura antropologica dell’attualità, dunque, che oggi Philip Colbert continua a fare e che, nel Parco archeologico di Pompei, porterà il visitatore, che si aggira tra i reperti millenari, ad imbattersi in monumentali sculture a forma di astici, vive e pulsanti, in acciaio inox e patine bronzee dai colori sgargianti. Trovarle in un luogo del genere è sicuramente spiazzante, ma occorre osservarle con attenzione per riconoscere in esse simboli del consumismo moderno che si mescolano a rievocazioni di personaggi mitologici, frammenti di colonne e capitelli, armature di soldati romani, immagini di edicole che rimandano agli antichi larari ma che, secondo la sagace ironia dell’artista, nel culto domestico contemporaneo, incorniciano figure falliche assurte al ruolo di moderne divinità protettrici. In particolare, tra le opere esposte nel sito archeologico di Pompei – dal piazzale antistante l’Antiquarium alla casa di Cerere, dalla casa del Fauno alla monumentale Basilica – lungo il viale delle Ginestre si può ammirare, tra le altre, un’interessante trilogia di sculture in acciaio nero che mostra guerrieri-astice robotici concepiti come “reperti mitologici di un futuro speculativo”. Le sculture sono collocate su monumentali podi che recano, incise frontalmente, epigrafi in latino, le quali spesso, nell’antica Roma, servivano come strumento primario di comunicazione pubblica. Ad esempio, una di esse è un proverbio o un detto in latino tardo/umanistico – “ius rationis ubi saeva potentia regnat” – usato per dire che “dove regna la spietata potenza, non c’è spazio per il diritto della ragione”. Concetti che rimandano a sapienze antiche, dunque, ma dal sapore tristemente attuale e comunque senza tempo. L’artista riporta queste scritte non attraverso la classica e antica tecnica incisoria, ma utilizzando caratteri tipografici mobili di epoca quattrocentesca, quando l’uomo inventò i primi sistemi di riproduzione e diffusione a più ampia scala. Sono lettere giustapposte, aggettanti e apparentemente traballanti, come se appartenessero a pensieri poco ‘allineati’ eppure indelebili.

Particolare iscrizione sul basamento – Foto: Matilde Di Muro
Alla base del progetto una visione policentrica del patrimonio archeologico
Lo scorso 27 luglio l’inaugurazione della mostra si è svolta nel sito archeologico di Pompei, accanto a una delle opere esposte dal titolo Pompeii Lobster e alla presenza dello stesso Philip Colbert, del curatore Cesare Biasini Selvaggi, dell’organizzatore Lorenzo Zichichi e del direttore del Parco archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel. Quest’ultimo ha sottolineato il carattere straordinariamente comunicativo dell’evento e i notevoli sforzi messi in campo, anche a livello logistico, per l’installazione di opere di notevole impatto dimensionale, realizzata nel pieno rispetto di luoghi fondamentalmente fragili e degni di totale rispetto e salvaguardia. Inoltre, la scelta di realizzare questa esposizione in più siti è finalizzata alla creazione di una sorta di “museo diffuso”, che superi il modello espositivo tradizionale concentrato in un unico contesto. Di fatto, essendo Pompei una sorta di epicentro turistico, tanti altri siti storico-archeologici dell’area vesuviana rimangono spesso ai margini degli itinerari tradizionali. Pertanto, questo evento redistribuisce attenzione e contribuisce enormemente a realizzare quella visione policentrica del grande patrimonio archeologico messa in atto dall’ente parco, nato nel 2014 come istituto autonomo speciale del Ministero della Cultura.

Un momento della presentazione con, da sinistra, Biasini Selvaggi, Colbert, Zichichi e Zuchtriegel – Foto: Matilde Di Muro
Ancora una volta l’arte lancia la sua sfida: creare un’opportunità per promuovere la libertà e dare vita ad un linguaggio culturale più ricco su cui dibattere e a cui contribuire. L’organizzazione della mostra mira anche alla costruzione di un futuro locale culturalmente sostenibile e dimostra come la creatività possa essere risorsa fondamentale per rinsaldare il senso di comunità contro ogni forma di degrado e criminalità. È per questo che, da settembre prossimo, sono previsti a latere incontri con scuole e associazioni nei diversi territori coinvolti, con l’obiettivo di promuovere il dialogo tra arte contemporanea, patrimonio archeologico e comunità locali. Insomma, dopo The Lobster Empire – un’installazione all’aperto di grandi sculture in Largo San Martino, a Napoli, nel 2023 – e House of the Lobster del 2024 al MANN, Philip Colbert torna in Campania con Philip Colbert in Pompeii: Pop Mythology sino al 27 novembre 2026. I suoi “idoli folli” promettono energia, aggregazione e coinvolgimento in merito agli interrogativi sul tempo e sull’estetica, tanto da rendere questo evento espositivo uno dei più spiazzanti e affascinanti dell’anno, capace di fondere il mito dell’antichità classica con il linguaggio pop del nostro millennio e molto altro ancora.
