Panoramica di una delle sale – Foto: Simona Colletta
Con la mostra Novecento italiano, visitabile sino al prossimo 23 agosto al Palazzo Bonaparte di Roma, uno dei colossi del settore assicurativo offre un excursus tra le principali avanguardie del Belpaese.
a cura di Simona Colletta
Il ‘mantra’ del Gruppo Generali: la cultura come “leva di sviluppo”
Da dieci anni il Gruppo Generali investe nell’iniziativa Valore Cultura, portando avanti l’idea che “la cultura sia una leva di sviluppo, genera consapevolezza e rafforza i territori”. Dal 2016 il progetto è stato il motore di una serie di circoli virtuosi che hanno visto fiorire collaborazioni importanti tra istituzioni e imprese, dove persone, competenze, relazioni e spazi espositivi sono stati l’elemento essenziale per la crescita e la conservazione del patrimonio culturale e artistico, nonché un collante dell’identità del Paese.

Iole Siena, organizzatrice della mostra, durante la presentazione – Foto: Simona Colletta
La mostra Novecento italiano. Opere della Collezione Generali, aperta dal 14 luglio al 23 agosto 2026, nasce per festeggiare un decennio di iniziative rivolte a salvaguardare il capitale artistico, riconoscendone il valore per la collettività.
La collezione inizia a crescere negli anni Ottanta rispondendo alla volontà di raccogliere opere che non avessero solo la finalità di decorare uffici, ma che piuttosto costituissero un patrimonio capace di testimoniare le trasformazioni e i cambiamenti che hanno segnato la società italiana nel Novecento. Nelle sale di Palazzo Bonaparte a Roma il gruppo espone per la prima volta oltre 50 capolavori, invitando gratuitamente il pubblico a godere delle creazioni più rappresentative del XX secolo.
Novecento italiano non espone solo le opere di grandi maestri, ma racconta l’Italia e gli italiani attraverso l’interpretazione e lo spirito degli artisti che hanno contraddistinto un’epoca. La mostra non compete con le tradizionali esposizioni museali, ma piuttosto mette in risalto alcuni aspetti che a volte non vengono sufficientemente sottolineati in tali percorsi, aggiungendo un elemento in più all’esperienza della fruizione.
I curatori dell’allestimento sono riusciti a realizzare un viaggio ideale che si sviluppa attraverso le sfide e le conquiste del Novecento: sono in scena i paesaggi, le attività rurali, la vita semplice e poi lo sviluppo, il movimento, la velocità. Fa da controcanto la ricerca dell’identità, tra affermazione e alienazione dell’individuo, dove le parole non bastano a raccontare le visioni che cambiano, ma sono corroborate dalle immagini.

Panoramica di una delle sale – Foto: Simona Colletta
Le sezioni della mostra: dalle sfide di un paese ai luoghi incantati dell’anima
La collezione è suddivisa in cinque sezioni espositive che fanno da guida ai visitatori. La prima, dal titolo Figure scomposte. Le Avanguardie, è dedicata alle novità del Novecento. Le trasformazioni sociali e le sfide ingegneristiche che segnano il paese agli inizi del XX secolo si traducono in un linguaggio artistico che rompe gli schemi grafici e reinterpreta le forme. Ne derivano immagini scomposte e linee spezzate che creano l’effetto della velocità e del movimento. Lo stile futurista fa da fil rouge nelle opere esposte in questa parte della mostra, a volte anche in modo velato ma comunque presente, come accade nel lavoro monumentale di Umberto Boccioni posizionato all’ingresso e intitolato Le due amiche. Le due protagoniste del dipinto sono Luisa Hammerschlag Ruberl e Betty Bear. I soggetti posano all’interno di un salotto in cui è esposta una scultura futurista: un riferimento chiaro alle nuove correnti artistiche entro una scena meditata, sospesa tra memoria e modernità.

Umberto Boccioni, ‘Le due amiche’ (1914-1915) – Olio su tela – Foto: Simona Colletta
Boccioni aderisce al Futurismo nel 1910 ma muore molto giovane sei anni dopo, lasciando un segno decisivo nell’avanguardia europea. In questo quadro l’artista esemplifica in maniera inequivocabile l’avvicinamento alla pittura di Giacomo Balla, esprimendo a pieno l’attenzione per la luce e la scomposizione del colore. Le altre opere della sezione rappresentano una nuova visione del corpo e dello spazio come fonte di energia e movimento. Insieme a Boccioni i protagonisti di questa parte sono Antonio Marasco, Gino Severini, Sante Monachesi e Giuseppe Capogrossi.
Nella seconda sezione il focus si sposta a I paesaggi dell’anima. La campagna che cede il passo al progresso ha come segno distintivo il cambiamento degli orizzonti. Dalle Greggi transumanti di Tommaso Casella e dai Tori in tombolo di Giovanni Fattori, espressioni classiche delle scene di un tempo, i panorami si trasformano in luoghi dell’anima, solitari e metafisici, per certi aspetti malinconici, come La barca di Aldo Bondinelli, dove l’imbarcazione giace arenata sulla spiaggia in attesa di una nuova spinta per salpare. Altrettanto significativo è il dipinto di Roberto Melli Il gasometro di San Paolo, in cui l’artista nel 1938 dipinge il profilo del quartiere romano nato sull’onda dell’industrializzazione, nel quale tale impianto diviene simbolo del progresso.
La dimensione umana, fra ritratti sospesi e corpi in equilibrio
Nella terza parte Figure in un interno, i personaggi non sono in movimento ma in attesa. I volti e le posture esprimono i pensieri in pose sospese. Qui il protagonista è il movimento interiore dell’anima: i ritratti sembrano immobili ma presentano al loro interno elementi espressivi che tradiscono l’apparenza e parlano di un vivace dinamismo interiore. Un esempio è Il ritratto di Attilio Bertolucci dipinto da Carlo Mattioli nel 1948, dove lo sguardo del soggetto è parola.

Carlo Mattioli, ‘Ritratto di Attilio Bertolucci’ (1948) – Olio su tela – Foto: Simona Colletta
Nella quarta sezione Studi sul corpo umano. Gruppi di figure, le figure sono molteplici, interagiscono, si relazionano. Nelle opere esposte in questo spazio i corpi sono rappresentati in piena libertà espressiva e gli autori sperimentano similitudini e comunanze tra essi. Così, nel quadro di Massimo Campigli Marché de femmes et des pots, silhouette femminili vengono comparate a brocche antiche per raccontare la sinuosità della donna, che viene allo scoperto di pari passo con l’emancipazione, in un gioco di fisicità e psiche che con il tempo diventa conquista. Il dipinto Allenamento in palestra-La Palestra di Fausto Pirandello, figlio del noto scrittore, esprime invece una forte tensione: elementi in bilico tenuti in piedi con lo sforzo muscolare e un sistema di equilibrismi nella frazione di un istante sospeso.
La quinta sezione Studi del corpo umano. Figure isolate è dedicata all’analisi dei corpi e delle loro forme. Tra i lavori spicca un autoritratto di De Chirico eseguito nel 1964, in tarda età, dall’artista, che qui esprime l’identità che si è venuta strutturando negli anni e il personaggio che ne è venuto fuori, in una posa quasi teatrale.

Giorgio de Chirico, ‘Autoritratto’ (1964) – Olio su cartone telato – Foto: Simona Colletta
La sezione finale: Le tre età di Klimt e i prodotti da merchandising
Nell’ultima sala di palazzo Bonaparte – quella dedicata all’opera centrale della mostra, che ha ospitato l’Autoritratto di Van Gogh, La Malinconia di Munch e la Venere di Botticelli – è stato sistemato uno dei dipinti più iconici di Gustav Klimt: Le tre età, del 1905. Prima di arrivare a definire il suo stile visionario e onirico, l’autore aveva elaborato un linguaggio molto diverso, basato sullo studio dei classici. Alcuni momenti drammatici della sua vita sono stati determinanti per segnare un punto di svolta nel suo modo di dipingere. Le tre età è un’ampia superficie astratta su cui appaiono tre donne che rappresentano il ciclo della vita con le relative trasformazioni della fisicità femminile: da sinistra compare una anziana disperata con la testa tra le mani e i capelli che le scendono sul volto. Il tempo segna il suo corpo: vene gonfie salgono dai piedi, sulle braccia fino al collo.

Gustav Klimt, ‘Le tre età’ (1905) – Olio su tela – Foto: Simona Colletta
La giovane al centro, invece, è immersa in una cascata di fiori, la pelle è rosea e l’espressione è pacata: comunica serenità e beatitudine. La figura sostiene con delicatezza una bambina che dorme adagiata al suo petto; un velo avvolge i due personaggi legandoli indissolubilmente. Sullo sfondo Klimt dispone a mosaico una serie di forme che richiamano elementi cellulari viola e blu, tra motivi decorativi dorati che alludono alla fecondazione. Più in là si stende uno sfondo monocromo cupo, nel quale dalle spalle dell’anziana si passa dal rosso al nero. La rivoluzione di Klimt nasce dall’influenza ricevuta dall’arte bizantina conosciuta a Ravenna e Venezia. Tali modelli conferiscono alle sue opere, oltre a un notevole pregio artistico, anche un valore materiale, viste le abbondanti applicazioni d’oro, platino e vari metalli preziosi. Infine, la mostra offre un focus sui manifesti e i foulard commissionati da Generali come prodotti di merchandising e realizzati da grandi artisti. Le opere testimoniano le trasformazioni del paese e l’impegno della compagnia in tema di protezione della vita delle persone e dei capitali. Tra i nomi degli artisti che si sono cimentati nella decorazione dei tessuti spiccano Mario Schifano e Toti Scialoja.
