Foto: Giorgio Manusakis creata con IA

Nel romanzo pubblicato dallo scrittore nel 2025 e fresco vincitore del Premio Strega 2026, mediante l’espediente di un’assurda lotteria, trenta ex compagni di scuola provano a esorcizzare la paura della morte.

Trama

A un anno e un giorno dalla conclusione dell’esame di maturità, la III A, classe di un prestigioso liceo classico di Milano diplomatasi nel 1974, organizza una cena durante la quale i trenta ex compagni siglano un patto sciagurato: stabiliscono di ritrovarsi ogni 22 luglio per monitorare i percorsi di vita e rendicontare malattie e decessi, uno dopo l’altro fino alla fine.

Ognuno dei trenta compagni, ogni anno, versa una cifra in un conto comune, il cui capitale viene investito in una banca così da fruttare interessi che, nell’arco di almeno cinquant’anni, potrebbero trasformare le iniziali somme irrisorie in un’autentica fortuna che gli ultimi tre compagni sopravvissuti agli altri si potranno dividere in parti uguali. Per i primi quarant’anni le cene sono goliardiche e velate di nostalgia. Si parla d’arte e politica, di matrimoni, figli e divorzi, con un occhio rivolto sempre al passato, mai al futuro foriero della propria morte. Quando, col tempo, i commensali varcano la sessantina, i lazzi lasciano spazio ai sospiri, gli assenti per acciacchi aumentano e la malattia entra nelle rendicontazioni annuali utili a monitorare salute, fortune e sfortune dei propri ex compagni. Invitati a godere dell’aspettativa del premio finale piuttosto che delle certe disgrazie altrui, pian piano i convitati, tra una cena e l’altra, lasciano emergere i bisogni nascosti, i desideri di vendetta, i tentativi di rivalsa.

Ancora ignari del fatto che il vero premio era la giovinezza, trascorrono la vita tra scommesse, macumbe, avvelenamenti e pianificazioni di incidenti, suicidi, omicidi tentati o riusciti. Di chi sia stata l’idea della riffa non si saprà mai, nessuno ne rivendica la paternità, ma tutti ne condividono il fine tanto quanto l’imbarazzo per la propria umana spietatezza. Saprà l’ultimo dei convitati redimere col premio se stesso e i suoi ex compagni?

Perché leggerlo

Con ritmo incalzante e realismo divertente I convitati di pietra (Einaudi, 2025) ci mostrano che il passato non è alle nostre spalle ma è dentro di noi, che dobbiamo fare i conti con la paura della morte e dobbiamo gestire comuni debolezze, mai sopite rivalità e ferite ancora vive.

Se esiste un modo per irridere questo terrore, evitando che il suo pensiero condizioni la nostra vita, non lo verremo a sapere dal romanzo di Michele Mari, che però, con una narrazione priva di pause e piena di ironia, stimola la curiosità del lettore, che sin dalla prima pagina si trova all’interno di un vortice di pensieri e azioni, ossessivamente ancorati alle colpe altrui e alle paure proprie. Riconoscendo il nostro sguardo in quello dei convitati, tutti concentrati sui tanti vizi dei compagni, si prova un senso di smarrimento davanti a una classe che è l’esempio di un’umanità intimorita e a tratti mostruosa, della quale facciamo tutti parte e che provoca a tratti inquietudine a tratti un riso amaro. I trenta liceali della III A non annoiano, mentre la loro riffa della morte da rito diventa maledizione collettiva, che tramuta la corsa individuale ed egoistica in una vittoria destinata agli ultimi sopravvissuti. Chi vince dovrà comunque fare i conti con la consapevolezza di quanto sia esiguo il tempo rimasto ed effimera l’energia a disposizione per godere del tanto agognato tesoro. Descrivendo l’evoluzione di tanti personaggi nell’arco di circa sette decenni, il romanzo, oltre a delineare un campionario umano patetico e prevedibile all’interno di una città priva di stimoli positivi che offrano occasioni di comprensione e relazione, presenta una visione distopica del futuro, un monito su chi siamo e su chi vogliamo diventare.

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