Diego Rivera – Autoritratto (1906) – Olio su tela – Foto: Simona Colletta

A Roma, presso Villa Caffarelli, fino al 13 dicembre 2026 è allestita una mostra dedicata al più grande esponente dell’arte moderna messicana, le cui opere vengono presentate per la prima volta in Italia.

a cura di Simona Colletta

La formazione di Rivera: dall’Academia de San Carlos ai modelli del Vecchio Continente  

Il percorso espositivo di Villa Caffarelli, struttura ubicata alle spalle dei Musei Capitolini sul colle Campidoglio a Roma, documenta la forte influenza che ha avuto l’arte europea per il rinnovamento del panorama culturale messicano. Nelle quattro sezioni della mostra, ognuna contraddistinta dal colore diverso delle pareti, emergono le tracce della profonda trasformazione che ha attraversato tale mondo artistico, nel quale si rispecchia la rivoluzione politica e sociale che ha segnato il Paese all’alba del Novecento. Il potere oligarchico e il latifondismo, che hanno determinato disuguaglianza sociale e sfruttamento delle masse, sono state le cause della sanguinosa guerra civile che nel primo ventennio del XX secolo ha cambiato il volto di una nazione oppressa, proiettandola successivamente in una dimensione democratica e contemporanea.     

L’arte messicana è stata l’espressione di questo fermento sociale e allo stesso tempo ha avuto un ruolo chiave per l’apertura, lo scambio culturale e la maturazione di un’identità nazionale orgogliosa e indipendente. Diego Rivera (1886-1957), che ne è stato il principale artefice insieme a una nuova generazione di artisti, ha introdotto nel suo linguaggio figurativo tematiche complesse riguardanti il rinnovamento e la rivendicazione sociale, senza rinunciare ai tratti della cultura messicana precolombiana. Allievo della tradizione accademica ottocentesca, il pittore ha iniziato a dipingere a dieci anni, mettendo in luce qualità che gli sono valse l’attribuzione di borse di studio, tra cui quella bandita dal governo di Veracruz nel 1907, determinante per allargare i suoi orizzonti all’ambiente delle avanguardie europee.

All’epoca l’Academia de San Carlos, fondata a Città del Messico nel 1783, definì per oltre un secolo l’insegnamento artistico nel Paese secondo un modello fondato sulla tradizione classica, sul disegno dal vero e su una rigorosa osservazione del reale.

José María Velasco – Alberi visti dal Tepeyac (1904) – Olio su tela – Foto: Simona Colletta

Dopo la riorganizzazione del 1843, l’istituzione instaurò un rapporto privilegiato con Roma, ingaggiando maestri europei formatisi all’Accademia di San Luca, come Eugenio Landesio, Manuel Vilar e Pelegrin Clavé, e assegnando borse di studio ai giovani studenti meritevoli, i quali potevano così proseguire gli studi nella Città Eterna che, nel corso dell’Ottocento, era considerata uno dei principali centri di formazione artistica dell’Occidente. Grazie a uno di questi contributi economici Rivera arrivò in Europa, prima a Madrid specializzandosi nell’atelier di Eduardo Chicharro sulle opere del Museo del Prado, poi in Italia per seguire un progetto di pittura murale e approfondire lo studio e l’osservazione da vicino dei capolavori rinascimentali.

La funzione didattica del Grand Tour e il rapporto con le avanguardie

La prima sezione della mostra, denominata Accademia e tradizione, raggruppa le opere degli artisti messicani che testimoniano in maniera significativa l’approccio alla rappresentazione delle persone e dei paesaggi secondo i dettami dell’Academia. L’importanza di tale eredità fu riconosciuta dallo stesso Diego Rivera che affermò: “Prima imparai a fare paesaggi; senza questo non avrei potuto realizzare i murali. Lo devo a Velasco”. Nell’Ottocento il periodo conclusivo della formazione dei giovani rampolli dell’elitè europea aveva come culmine il Grand Tour e l’approfondimento sul campo dei modelli classici dell’arte. Meta immancabile per il completamento del percorso era l’Italia, ritenuta la culla della civiltà. Anche per gli artisti latinoamericani gli scambi culturali con l’Europa rappresentavano una grande opportunità di crescita e arricchimento grazie all’osservazione diretta delle opere originali. Con il tempo questi soggiorni acquisirono un ruolo particolare diventando la porta di accesso privilegiata ai circuiti internazionali, in un momento in cui in patria il rinnovamento politico richiedeva che la narrazione artistica fosse di supporto alla rivoluzione con l’introduzione di nuove tematiche allargate alle prospettive pubbliche. Il viaggio, oltre a rappresentare un momento di studio, era l’occasione per frequentare i saloni e le grandi esposizioni universali, dove nei primi del Novecento si stavano diffondendo i principi dell’arte moderna e delle avanguardie.

Le opere esposte nella seconda sezione, Il contributo di Diego Rivera e del Messico alle avanguardie europee, sono l’esemplificazione più chiara di queste contaminazioni. Gli anni europei e il soggiorno in Francia furono un grande banco di prova per Rivera, che assorbì dalle spinte innovative del periodo un arricchimento dello stile e un approccio astratto alla rappresentazione delle scene, utilizzando gli schemi caratteristici del cubismo.

Diego Rivera – a sinistra ‘Fuciliere di marina’ (o ‘Marinaio a pranzo’ – 1914) – Olio su tela – a destra ‘Montparnasse’ (1917) – Olio su tela – Foto: Simona Colletta

Nei quadri esposti si avverte in modo chiaro quanto sia stata forte l’influenza di questi nuovi filoni che determinarono nell’artista la scelta di abbandonare la ripresa fedele della realtà per preferire interpretazioni simboliste ed astratte. Ma quando nel 1920, invitato dal ministro dell’istruzione Josè Vasconcelos, soggiornò in Italia per imparare direttamente dai grandi maestri dell’arte classica come Giotto, Masaccio e Michelangelo, il pittore ritornò al senso delle proporzioni e alla prospettiva, allontanandosi completamente dallo stile cubista.

Dall’emulazione dell’antico al Muralismo

Lo studio diretto delle opere classiche influenzò il suo modo di concepire la costruzione di una struttura e di utilizzare la pittura monumentale per la valorizzazione dello spazio. Nella seconda sezione della mostra è stato posizionato un busto di Epicuro del II secolo d.C. proveniente dalla collezione dei Musei Capitolini, che fu fonte di ispirazione per uno schizzo di Rivera. L’aspetto interessante è che in quell’occasione l’artista lo rappresentò con un approccio personale, sganciandosi dalla riproduzione fedele dell’opera, segno del raggiungimento di una maturità espressiva che gli avrebbe consentito di mettere in pratica la propria originalità una volta tornato in Messico. I suoi appunti documentano gli studi sulla luce, sulla scala monumentale e su soluzioni compositive: le basi per la sua concezione del murale come pittura integrata nello spazio architettonico.

La mostra testimonia l’influenza che ebbe la cultura italiana sul Muralismo, il movimento artistico nato dopo la rivoluzione messicana con una forte connotazione politica e ideologica. Gli artisti furono chiamati a decorare gli edifici pubblici con scene monumentali, rispondendo a una chiara finalità educativa attraverso cui diffondere ideali politici e promuovere il nuovo stato messicano. I primi cicli di pittura murale – El àrbol de la vida di Roberto Montenegro e La Creacion di Diego Rivera – inaugurarono una nuova fase in cui il Muralismo si affermò come strumento della rivoluzione. Tornato in Messico nel luglio del 1921, Rivera divenne il riferimento dell’Escuela Mexicana de Pintura, la fucina delle arti figurative moderne nel Paese.

In questa stagione alternò la produzione muralistica a una fruttuosa produzione di dipinti su cavalletto, acquarelli e disegni, dando vita a un corpus molto ricco e intimo.

Nella galleria, tra gli artisti che hanno popolato il panorama artistico messicano, si fa sentire vivida la presenza di Frida Kahlo. La pittrice, moderna e originale, sposò nel 1929 Rivera, instaurando un’intensa relazione passionale e artistica, segnata da tradimenti reciproci, da un divorzio e da un nuovo matrimonio nel 1941, che durò fino alla morte di lei.

Diego Rivera – Nudo di Frida Kahlo (1930) – Litografia – Foto: Simona Colletta

Le tematiche sociali dei Los Tres Grandes e le correnti irrazionaliste

La terza sezione della mostra, Il Rinascimento culturale messicano, riunisce le opere che affrontarono alcuni grandi temi del Messico post-rivoluzionario: la costruzione di un nazionalismo culturale, la modernità urbana, il mondo rurale e i suoi abitanti, oltre alle tensioni e alle posizioni critiche che accompagnarono il processo di trasformazione sociale e artistica.  Questa stagione, inoltre, è segnata dall’impegno sociale attraverso la rappresentazione delle condizioni di vita della classe operaia e degli sfruttati. Sono esposti quadri di Josè Clemente Orozco e David Alfaro Siqueiros, che insieme a Rivera sono stati Los Tres Grandes che hanno guidato la realizzazione dei murales pubblici. Ognuno di loro sviluppò il proprio repertorio elaborando tematiche differenti: Rivera si concentrò sulle tradizioni locali; Siqueiros denunciò le violazioni sulle persone e le diseguaglianze; Orozco si lanciò nella lettura critica della società.

Diego Rivera – Bambino contadino (1937) – Acquerello su carta – Foto: Simona Colletta

Nella stessa sezione uno spazio adibito alla proiezione video mostra il murale Corrido de la Revolucion, realizzato tra il 1923 e il 1928 presso la Secretaria de Educacion Publica a Città del Messico. Si tratta di 26 pannelli in cui Rivera, su commissione di Vasconcelos, racconta la storia del popolo messicano e la sua rivincita sulla classe dominante. In questa prospettiva i dipinti sulle pareti degli edifici pubblici assolvono alla funzione di strumento divulgativo ed ideologico, come richiesto dalla nuova classe politica. Se da una parte è vero che la storia testimonia che l’arte moderna messicana è stata uno strumento sostenuto e incoraggiato dal governo post-rivoluzionario, dall’altra, nello stesso periodo, si sono diffuse correnti di gusto alternative, ispirate dalle avanguardie europee, che hanno fatto da contro canto all’omogeneità del discorso nazionalista dominante. Negli anni Trenta e Quaranta l’arrivo di artisti in esilio dall’Europa allargò le visioni estetiche a tutta una serie di influenze surrealiste e metafisiche.

Nella quarta parte della mostra, Oltre il realismo sociale, l’onirico e l’irrazionale sono i tratti dominanti dei dipinti. In questa ultima sezione trova collocazione una corrente diversa, dove la fantasia, la metafisica e il surrealismo hanno ampliato l’esperienza artistica messicana, mettendo in discussione il canone del Realismo sociale. Si tratta di opere che rivelano un panorama artistico sperimentale e di tendenza, legato alle realtà alternative e d’avanguardia internazionali.

Al termine della visita, come una sorta di richiamo ai temi della suddetta mostra, Villa Caffarelli offre un passaggio spettacolare nel giardino dove da febbraio del 2024 è stata collocata temporaneamente la riproduzione del Colosso di Costantino, anticamente posizionata nella Basilica di Massenzio.

Colosso di Costantino – Foto: Simona Colletta

Si tratta di una ricostruzione basata sui nove frammenti marmorei della statua originale, conservati nel cortile dei Musei Capitolini. La scultura è alta tredici metri e con la sua struttura imponente rinnova l’effetto di suggestione e timore reverenziale che doveva suscitare nei cittadini romani del IV secolo d.C.

Di admin

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *