Cappella del Tesoro di San Gennaro – Foto (modificata) Beatrice della Volpe

Otto mesi di lavori, finanziati per un importo di 200.000 euro dalla Fondazione Deloitte, hanno reso possibile il recupero di uno dei capolavori del Barocco napoletano.

a cura di Mario Severino

Un tesoro nel Tesoro, restituito alla città

A Napoli, lo scorso 18 giugno, è stato presentato il restauro integrale del monumentale pavimento marmoreo seicentesco della Cappella del Tesoro di San Gennaro, che costituisce una delle opere più raffinate del Barocco partenopeo. Per la prima volta nella storia, l’intervento ne ha interessato l’intera superficie, restituendo leggibilità a un complesso apparato decorativo che per secoli è stato sottoposto a usura, manutenzioni e continue sollecitazioni dovute al passaggio di fedeli e visitatori.

Il restauro, durato otto mesi e dal valore complessivo di circa 200.000 euro, è stato promosso dalla Deputazione della Real Cappella del Tesoro di San Gennaro e finanziato dalla Fondazione Deloitte in vista delle celebrazioni del 2027, quando ricorreranno i cinquecento anni del Patto stipulato il 13 gennaio 1527 tra gli Eletti della città e San Gennaro, da cui nacque la struttura destinata a custodire il Tesoro e le reliquie del Santo Patrono.

Il saluto di monsignor De Gregorio

Ad aprire l’incontro è stato monsignor Vincenzo De Gregorio, abate prelato della Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro, figura centrale nella vita religiosa e culturale del complesso monumentale. Nel suo intervento il presule ha voluto richiamare l’attenzione sul valore spesso sottovalutato dei pavimenti nella storia dell’architettura: “I pavimenti sono parte integrante del progetto architettonico”, ha spiegato De Gregorio, sottolineando come disegni, materiali, accostamenti cromatici e simbologie riflettano i gusti e le sensibilità delle diverse epoche storiche. L’abate ha ricordato, inoltre, come nel corso dei secoli siano cambiate le mode, le tecniche decorative e perfino il modo di percepire lo spazio sacro, proponendo un excursus attraverso alcuni dei più celebri pavimenti della tradizione napoletana, tra cui quello maiolicato della Cappella Capece Minutolo, presente anch’essa nel Duomo. Un invito, quello rivolto da De Gregorio, a guardare verso il basso per comprendere pienamente la ricchezza artistica di luoghi che spesso attirano l’attenzione soprattutto per le opere poste sulle pareti o sulle volte.

Cappella Capece Minutolo – Foto: Giorgio Manusakis

Turismo e patrimonio: la Cappella tra i grandi attrattori della città

Nel corso della presentazione l’assessora al Turismo del Comune di Napoli, Teresa Armato, ha evidenziato il ruolo sempre più centrale della Cappella del Tesoro e del Duomo nel sistema culturale cittadino. Si tratta di luoghi che attirano ogni anno centinaia di migliaia di visitatori provenienti dall’Italia e dall’estero, contribuendo in maniera significativa alla crescita del turismo culturale che Napoli sta registrando negli ultimi anni: un fenomeno che trova conferma anche nei numeri delle celebrazioni dedicate al Santo Patrono e nella crescente attenzione internazionale verso il patrimonio artistico e religioso della città. L’intervento di restauro – ha sottolineato l’assessora – rappresenta quindi non soltanto un’importante operazione di tutela, ma anche un investimento sulla capacità attrattiva di Napoli in un momento di particolare visibilità internazionale per la città.

Il restauro raccontato dalla Soprintendenza

Particolarmente significativo l’intervento di Barbara Balbi, funzionaria restauratrice della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Napoli, che ha illustrato le numerose problematiche emerse durante il cantiere. “I pavimenti sono fatti per essere calpestati”, ha ricordato, spiegando come proprio questa loro funzione renda inevitabile il deterioramento delle superfici decorative. Un fenomeno oggi ulteriormente accelerato dall’aumento costante dei flussi turistici e dal crescente numero di visitatori che ogni anno attraversano la Cappella.

Balbi ha ringraziato in particolare Melina Pagano, responsabile operativa del restauro, evidenziando come l’intervento abbia assunto progressivamente una complessità ben maggiore rispetto a quella prevista inizialmente. Il progetto era nato infatti come un’opera di pulitura e consolidamento, ma le indagini hanno rivelato situazioni di degrado molto avanzate. In numerosi casi le tessere marmoree risultavano assottigliate fino a raggiungere appena due millimetri di spessore rispetto ai circa due centimetri originari.

Un momento della presentazione del restauro – Foto (modificata) Francesco Squeglia

Secondo gli specialisti, l’assottigliamento è stato causato da una combinazione di fattori: il calpestio continuo, le modalità di pulitura adottate nel corso dei secoli e i numerosi interventi di manutenzione effettuati nel tempo. Le tarsie marmoree sono state quindi rimosse dal loro allettamento originale, che è stato accuratamente ripulito e messo in sicurezza. Successivamente, sono state ricollocate mediante l’utilizzo di malte compatibili con i materiali storici. Particolare attenzione è stata dedicata alla conservazione degli elementi originali. Le tessere antiche che potevano essere recuperate sono state mantenute anche quando presentavano fratture o danneggiamenti, attraverso interventi di consolidamento e reintegrazione. Solo nei casi strettamente necessari si è proceduto alla sostituzione, privilegiando la rimozione di elementi provenienti da restauri più recenti e risparmiando così le parti originali del pavimento fanzaghiano.

Tra gli aspetti più delicati affrontati durante il restauro vi è stata la presenza di una diffusa patina brunastra sulle tessere di marmo bianco. Gli studi effettuati hanno evidenziato come tale alterazione fosse il risultato delle puliture effettuate nel corso dei secoli e della lunga storia conservativa del monumento. Per questo motivo si è scelto di non eliminarla completamente, riconoscendole il valore di testimonianza storica. Al termine dei lavori l’intera superficie è stata protetta mediante un doppio sistema conservativo: un trattamento protettivo siliconico seguito dall’applicazione di cere specifiche. Contestualmente sono state elaborate precise linee guida per le future operazioni di pulizia e manutenzione, così da limitare il più possibile nuovi fenomeni di usura.

Il restauro – Foto (modificata) da comunicato stampa

Il contributo della Fondazione Deloitte e la riflessione del deputato Bruno

Tra i protagonisti dell’iniziativa figura la Fondazione Deloitte, che ha finanziato integralmente l’intervento nell’ambito delle proprie attività a sostegno della cultura e del patrimonio storico-artistico italiano. Nel suo intervento il presidente Guido Borsani ha ricordato come l’ente celebri quest’anno il decimo anniversario dalla sua nascita e abbia individuato fin dall’inizio nella tutela dei beni culturali uno dei principali ambiti di azione. “Il contributo per il restauro del pavimento della Cappella di San Gennaro si inserisce in un impegno che portiamo avanti da anni su tutto il territorio nazionale”, ha dichiarato. “Questo rappresenta uno dei progetti più importanti mai realizzati dalla Fondazione, considerato il valore straordinario del bene coinvolto. La Cappella di San Gennaro non è soltanto un luogo profondamente significativo per i napoletani, ma un autentico gioiello architettonico e storico-artistico di rilevanza nazionale.” L’intervento rappresenta inoltre un significativo esempio di collaborazione tra pubblico e privato nella tutela del patrimonio culturale.

Per Mariano Bruno, deputato della Cappella del Tesoro di San Gennaro, il restauro costituisce il primo tassello di un più ampio programma di azioni conservative destinate a interessare progressivamente l’intero complesso monumentale. L’intervento assume un significato particolare perché si colloca alla vigilia delle celebrazioni per il cinquecentesimo anniversario della fondazione della Cappella e in un momento in cui Napoli si prepara a una crescente esposizione internazionale. Bruno ha ricordato come la Cappella sia nata dal celebre Patto con San Gennaro stipulato nel 1527 per chiedere la protezione del Santo contro peste, guerre ed eruzioni del Vesuvio. Da quasi cinque secoli la Deputazione custodisce il Tesoro e le reliquie del Patrono, mantenendo vivo un legame unico tra quest’ultimo e la città.

Il pavimento dopo il restauro – Foto (modificata) Francesco Squeglia

Una curiosa leggenda che lega il pavimento alle carte napoletane

Tra gli aneddoti emersi durante la presentazione vi è anche una suggestiva tradizione popolare che collega il disegno del pavimento alle carte da gioco napoletane.

Secondo questa interpretazione alcuni motivi ornamentali richiamerebbero le decorazioni presenti sui loro lati retrostanti. Una storia affascinante, sebbene non esistano prove documentarie in grado di confermarla e non sia noto con certezza l’aspetto dei mazzi precedenti alle serie più celebri realizzate nei secoli successivi.

Resta però il fascino di una suggestione che testimonia quanto profondamente il linguaggio decorativo della Cappella sia entrato nell’immaginario collettivo della città. Il risultato finale restituisce oggi ai napoletani e ai visitatori uno dei più straordinari pavimenti marmorei del Seicento italiano. Dopo secoli di alterazioni, i colori, le geometrie e i raffinati accostamenti ideati da Cosimo Fanzago tornano a emergere con nuova forza, permettendo di leggere nuovamente l’eccezionale progetto artistico concepito per la Cappella del Tesoro di San Gennaro. Il tutto grazie a un restauro che non rappresenta soltanto un recupero materiale, ma anche un atto di tutela della memoria storica, religiosa e identitaria di Napoli.

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