Panorama dalla Reggia di Quisisana – Foto: Giuseppe Schiattarella

Inaugurato nel settembre 2020, il Museo Archeologico Libero d’Orsi accogli grandi testimonianze artistiche e materiali provenienti dalle ville dell’antica città romana e da alcuni siti del suo ager.

La Reggia di Quisisana: dagli Angioini ai Farnese

La rinascita dell’antica città di Stabia è strettamente legata all’impegno profuso negli anni Cinquanta del Novecento da Libero D’Orsi. Il romantico archeologo, con pochi mezzi, riuscì a guidare una straordinaria campagna di scavi che svelò lussuose residenze d’otium, come Villa San Marco e Villa Arianna, celebri per i loro raffinati affreschi e le ardite architetture, i cui resti sono oggi in parte conservati nel Museo Archeologico di Castellammare di Stabia presso la Reggia di Quisisana. Questo edificio ha subito profonde trasformazioni architettoniche e funzionali nel passaggio dal periodo medievale a quello borbonico, evolvendosi da un nucleo originario del XIII secolo per diventare poi una monumentale residenza reale.

Le sue origini risalgono a un’epoca antecedente al 1200, ma le prime testimonianze certe sono legate ai sovrani angioini, in particolare a Carlo d’Angiò. La villa era concepita come un casino di caccia e di villeggiatura, scelto per la salubrità del clima e la vista panoramica. La zona era nota come Domus de Loco Sano, da cui deriverebbe il nome “Quisisana” (legato anche alla leggendaria guarigione di Carlo II d’Angiò). La struttura si sviluppava su tre piani: il piano terra per la servitù, il primo piano per il riposo e il secondo per le attività di rappresentanza. Di essa abbiamo anche una testimonianza nel Decameron di Giovanni Boccaccio, che la descrive con i suoi giardini nella VI novella del X giorno. Nel racconto si legge che re Carlo d’Angiò, dopo aver sconfitto il sovrano svevo Manfredi (nella battaglia di Benevento del 26 febbraio 1266), una volta cacciati da Firenze i ghibellini, decide di ritirarsi presso il casamento a “Castello a mare di Stabia.”

Statua di Carlo d’Angiò – Napoli, Palazzo Reale – Foto: Giuseppe Schiattarella

Così poi viene descritta la casina reale a pagina 19 dell’opera Cenno storico descrittivo della città di Castellammare di Stabia di Catello Parisi, pubblicata nel 1843: “Sul trono delle Sicilie saliva Carlo II di Angiò detto lo zoppo nel 1285. Castellammare di Stabia nel di lui animo quella stessa era che il genitore sua tenuta l’aveva; anzi più di lui ancora la salubrità dell’aria l’amenità del sito le delizie del paese ne pregiava. Per la quale cosa magnifico Casino vi edificava sotto la direzione e soprintendenza di Giovanni Vaccaro di Castellammare, cui per conservare la memoria della guarigione sua propria ivi ricevuta, il nome dava di Quisisana.”

Dopo la dominazione angioina la reggia passò attraverso diverse proprietà. Sotto gli Aragonesi e i viceré non subì modifiche sostanziali, ma con l’acquisizione da parte dei Farnese, nel 1541, la struttura cadde in rovina a causa di una totale incuria e dell’inutilizzo.

La trasformazione borbonica

La vera svolta avvenne con l’ascesa dei Borbone. Carlo III ebbe la proprietà in dote nel 1734, ma fu sotto Ferdinando IV, a partire dal 1758, che iniziarono i lavori che l’hanno portata al suo aspetto attuale. I diversi corpi di fabbrica preesistenti furono uniti in un’unica struttura a forma di “L” che inglobava le costruzioni duecentesche; in questo modo, il complesso ebbe un assetto più moderno e armonico. Al suo massimo splendore, la reggia raggiunse i 49.000 metri quadrati di superficie abitabile, con circa cento stanze, due panoramiche terrazze e una cappella.

L’edificio acquisì, pertanto, una impostazione tipicamente anglosassone con l’aggiunta di un grande terrazzo per la caccia alle quaglie, mentre l’attiguo bosco medievale fu trasformato in un raffinato giardino all’inglese con viali, scale, belvedere e il celebre sistema delle Fontane del Re, che sfruttava scenograficamente le sorgenti d’acqua locali. Intorno al palazzo sorsero, inoltre, numerose strutture funzionali alla vita di corte, come alcune scuderie, una cereria, una masseria, una chiesa e gli alloggi per il personale. Dopo un lungo periodo di abbandono, tra il 2000 e il 2009 la casina reale è stata restaurata e riportata al suo splendore, dando anche ospitalità al Museo Archeologico di Stabia Libero d’Orsi.

Diverse e pregevoli sono le riproduzioni pittoriche dell’incantevole paesaggio in cui era immersa la casina reale dell’epoca, come quella di Dahl (conservata a Capodimonte) e di Consalvo Carelli (esposta al museo di Palazzo Reale).   

Consalvo Carelli, ‘Veduta del golfo di Castellammare’ (1837) – Napoli, Palazzo Reale – Foto: Giuseppe Schiattarella

Le scoperte di Libero D’Orsi

Il Museo Archeologico di Stabia, intitolato a Libero D’Orsi, è il risultato di un lungo percorso iniziato solo grazie alla passione di un professore di lettere che, dopo aver insegnato in diverse regioni d’Italia, torna nella sua città natale (Castellammare di Stabia) come preside e nel 1950 guida la ‘resurrezione archeologica di Stabia’: un’impresa portata avanti con tenacia e pochi mezzi nell’Italia del secondo dopoguerra. Non a caso il docente amava definirsi un archeologo romantico proprio perché rivendicava un approccio alla ricerca basato sulla passione, sull’intuizione e sul civismo, piuttosto che sulla pura appartenenza accademica; si considerava un “umile dilettante”, che però considerava sacra ogni pietra antica.

D’Orsi intraprese la riscoperta delle ville stabiane, già parzialmente indagate in età borbonica, anche autofinanziandosi, tra lo scetticismo di molti accademici dell’epoca (tra cui il soprintendente Amedeo Maiuri) che ritenevano non vi fosse molto da scoprire sotto la collina di Varano. L’equipe con cui iniziò la sua impresa comprendeva maestranze senza specializzazione, studenti universitari e volontari chiamati a scavare armati di badile e piccone, sulla spinta dell’orgoglio di dare un’identità alla città.  Celebre è il discorso con cui ‘catechizzò’ i suoi primi collaboratori per convincerli a scavare: “Sentite, alla superficie della terra siamo quello che siamo… Sotto terra siamo uomini, e che uomini! Volete essere grandi uomini? Allora venite a scavare.”

Ingresso di Villa Arianna – Foto: Giorgio Manusakis

Gli scavi concentrati sulla collina di Varano portarono alla luce, come noto, un prestigioso quartiere residenziale dominante sul Golfo di Napoli. Villa Arianna, la più antica delle dimore stabiesi, deve il suo nome a una grande pittura rinvenuta nel triclinio, che raffigura Arianna abbandonata da Teseo. Trattasi di una grande struttura caratterizzata da terrazzamenti, che attraverso un tunnel scendeva verso il mare. Oltre a quello di Arianna, qui furono rinvenuti altri iconici affreschi: la celebre Flora (o Primavera), la Leda col cigno e la Venditrice di amorini, conservati presso il MANN.

Villa Arianna, affresco raffigurante Arianna abbandonata da Teseo – Foto: Giorgio Manusakis

Villa San Marco è una delle più grandi dimore romane mai scoperte, con un’estensione di circa 11.000 mq. Si distingue per il monumentale ingresso, il peristilio con una piscina lunga 30 metri e un quartiere termale privato perfettamente conservato. In tale contesto furono portati allo scoperto soffitti affrescati (molti dei quali ricostruiti dai frammenti caduti) e un raffinato sistema di riscaldamento a parete.

Villa San Marco – Foto: Giorgio Manusakis

Villa Pastore e il Secondo Complesso rappresentano le altre due strutture monumentali individuate da D’Orsi lungo il costone di Varano, ancora interrate e non visitabili. La prima, chiamata così per il ritrovamento di una statuetta di pastore, ha una vastissima estensione (forse 19.000 mq) ed è munita di una grande piscina d’acqua salata.

Statua del pastore (I sec. d.C.) – Villa Pastore – Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” – Foto: Giuseppe Schiattarella

Il Secondo Complesso, adiacente a villa Arianna, dalla quale è separata da un vicolo, ha restituito invece importanti reperti termali e mosaici.

Affresco raffigurante danza di centauro e centauressa (I sec. d.C.) – Secondo Complesso – Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” – Foto: Giuseppe Schiattarella

La nascita del Museo Archeologico e il suo allestimento permanente

La nascita del museo archeologico si è sviluppata attraverso tre fasi. In primis, durante le prime campagne di scavo, fra il 1950 e il 1959, i frammenti di affreschi, stucchi e altri reperti venuti alla luce furono custoditi provvisoriamente tra la Grotta di San Biagio e i locali della scuola media “Stabiae”, dove D’Orsi era preside. Successivamente, solo grazie alla fermezza di quest’ultimo e del Comitato per gli Scavi di Stabia da lui fondato, il 4 luglio 1959 (anche se la data è incerta) fu inaugurato, alla presenza del ministro della Pubblica Istruzione pro-tempore Giuseppe Medici, l’Antiquarium Stabiano.

Questo polo, pur arrivando ad ospitare una imponente collezione di circa 9000 reperti, con l’incedere del tempo, anche a causa dell’inadeguatezza dei locali, cadde progressivamente in uno stato di abbandono che portò alla sua chiusuradefinitiva al pubblico nel 1997.

La sua rinascita, infine, avviene in data 24 settembre 2020, quando, dopo oltre venti anni di abbandono, trova la sua nuova e prestigiosa sede all’interno della Reggia di Quisisana, dove acquisisce la denominazione di Museo Archeologico di Stabia Libero D’Orsi.

Il nuovo polo presenta caratteristiche innovative e per la prima volta, grazie a un accordo con il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann), i reperti borbonici sono stati associati a quelli scoperti da D’Orsi nel 1950, ricomponendo così gli apparati decorativi originali delle ville.

Pittura parietale nota come ‘Il Planisfero’ (I sec. d.C.) – Villa San Marco – Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” – Foto: Giuseppe Schiattarella

La struttura museale, che espone più di 500 reperti degli oltre 8000 raccolti, mira a valorizzare i depositi come luoghi di ricerca aperti al pubblico e racconta il legame tra la città antica e i comuni circostanti (ager stabianus). Il percorso comprende, inoltre, dispositivi digitali, un plastico interattivo che mostra le trasformazioni del territorio e i diversi momenti della riscoperta archeologica, nonché un “diario multimediale” che permette ai visitatori di ascoltare la voce di D’Orsi e sfogliare i suoi appunti. Si possono ammirare, inoltre, affreschi e decorazioni parietali, ritratti di proprietari, figure femminili e maschili e scene mitologiche organizzate per contesti di provenienza.

Tra gli oggetti di vita quotidiana emergono, invece, arredi marmorei, suppellettili in ceramica e bronzo, pavimenti in opus sectile, sculture e terrecotte.

È documentato, altresì, il ritrovamento di un carro agricolo interamente conservato con i suoi cavalli, rinvenuto lungo le rampe di Villa Arianna.

Carro agricolo (I sec. d.C.) – Villa Arianna – Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” – Foto: Giuseppe Schiattarella

Il museo espone, inoltre, splendidi reperti di altre dimore rustiche. A tal proposito, Villa del Petraro (comune di Santa Maria la Carità) e Villa Carmiano hanno restituito decorazioni in stucco e affreschi provenienti da lussuosi ambienti termali. Nel caso della seconda (villa di Carmiano), in particolare, sono venute alla luce pareti integralmente ricoperte da pitture a tema dionisiaco che richiamano la produzione del vino.

Rilievo in stucco raffigurante Narciso alla fonte (I sec. d.C.) – Villa Petraro – Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” – Foto: Giuseppe Schiattarella

Copiosi sono, altresì, i reperti votivi (vasi, bronzi, antefisse) provenienti da un’antica necropoli scoperta in località Santa Maria delle Grazie, dove sono state rinvenute centinaia di tombe collocabili tra la seconda metà del VII e la fine del III secolo a.C. Tali testimonianze offrono significative indicazioni sulla vita dell’antica Stabiae preromana. Altri reperti provengono dal santuario venuto alla luce in località Privati, datato tra il IV e il III secolo a.C. In particolar modo, si ricordano una brocca per vino (oinochoe) in bucchero, un piccolo cratere a figure nere di produzione calcidese, un recipiente con coperchio a figure rosse (lekane) e le antefisse con teste di Atena ed Eracle.

Affresco raffigurante Bacco e Cerere (I sec. d.C.) – Villa Carmiano – Museo Archeologico di Stabia “Libero D’Orsi” – Foto: Giuseppe Schiattarella

Sono, poi, esposti materiali provenienti dagli scavi sotto la Cattedrale di Castellammare di Stabia, risalenti al periodo tra il II e il VI secolo d.C., che dimostrano come la città seppe rialzarsi dopo la catastrofica eruzione del 79 d.C.

Il museo: un grande progetto tra ricostruzione storica e coscienza civile

Riprendendo quanto dichiarato in sede di inaugurazione del museo, nel settembre 2020, il progetto scientifico curato dal Parco Archeologico di Pompei è nato con la finalità precipua di offrire un quadro complessivo di Stabiae e dell’ager stabianus dall’età arcaica sino all’eruzione del 79 d.C., restituendo, al contempo, al patrimonio del nostro Paese l’edificio che lo ospita, che vanta una storia di oltre otto secoli. In una terra archeologicamente (e non solo agronomicamente) fertile come la Campania, crocevia di culture millenarie che hanno lasciato un’infinità di testimonianze che attendono solo di essere rinvenute, l’intraprendenza e soprattutto la tenacia di persone come Libero D’Orsi rappresentano lo spirito con il quale questa continua riscoperta deve andare avanti, al di là delle difficoltà.

Una vetrina del museo – Foto: Giuseppe Schiattarella

Più che un semplice deposito, il Museo Archeologico di Stabia è un motore di crescita sociale e turistica, che restituisce alla comunità la consapevolezza delle proprie radici e che sottrae la bellezza all’oblio, rendendo la storia un bene accessibile a tutti. Grazie a questo progetto si persegue, dunque, uno degli obiettivi teorizzati da Ezio De Felice, illustre e visionario architetto, museografo e artista napoletano del Novecento: salvaguardare e valorizzare i beni culturali per mantenere viva la coscienza civile di un popolo.

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