Ritratto di Matteo Ripa – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Il gesuita ebolitano è stato il fondatore del più antico istituto europeo di sinologia, che si è poi evoluto, dal 1888, in uno dei principali atenei napoletani.

Matteo Ripa fu un sacerdote e missionario italiano che operò come artista presso la corte imperiale cinese nel XVIII secolo. Durante la sua permanenza nel Paese orientale, il sacerdote introdusse la tecnica della calcografia, realizzando celebri incisioni su rame che raffiguravano residenze imperiali e mappe geografiche per l’imperatore Kangx. A lui si deve, soprattutto, la scuola orientalistica più longeva d’Europa ubicata a Napoli.

La vicenda di Matteo Ripa (1682-1746) rappresenta uno dei capitoli più significativi nella storia dei rapporti tra l’Europa e l’Impero Cinese nel XVIII secolo. Definito modernamente come un “personaggio ponte”, il presule seppe coniugare la vocazione missionaria con una raffinata perizia artistica, ponendo le basi per la nascita di quella che oggi è la più antica istituzione di sinologia e orientalistica dell’intero continente europeo: l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

Logo con testo dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” – Autore: Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

La missione in Cina e il ruolo dell’arte

Nato ad Eboli il 29 marzo 1682 da una famiglia agiata, Ripa completò i suoi studi a Napoli prima di essere ordinato sacerdote a Salerno nel 1705. La sua vita mutò radicalmente sotto la guida di Padre Antonio de Torres, che lo indirizzò verso la missione in Oriente in un clima ecclesiale teso a causa della “questione dei riti cinesi.” Inviato dalla congregazione di Propaganda Fide, il presule giunse a Macao nel 1710.

Il suo ingresso alla corte imperiale di Pechino non avvenne inizialmente in veste di missionario, bensì di ‘virtuoso’ esperto nelle scienze e nelle arti. Per tredici anni, con il nome cinese di Ma Kou-h-sien, lavorò al servizio dell’imperatore Kangxi (definito il Luigi XIV cinese, per la sua dedizione all’arte e il sostegno agli artisti) come pittore e incisore su rame.

Ritratto ufficiale dell’imperatore Kangxi. Taipei, National Palace Museum – Autore: The Palace Museum – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Tra i suoi contributi più rilevanti si annoverano le trentasei vedute della residenza estiva di Jehol (meglio nota come Bishu Shanzhuang), realizzate con la tecnica della calcografia, che permisero all’Europa di conoscere l’architettura dei giardini cinesi, definita da Ripa come una “artificiosa irregolarità capace di imitare la natura in modo ordinato ma spontaneo. Inoltre, il sacerdote incise la grande mappa geografica della Cina in 44 lastre di rame, opera fondamentale per la cartografia del Settecento.

Splendore mattutino sul Ridge – Autore: Matteo Ripa – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

In altre parole, furono proprio le sue capacità artistiche ad aiutarlo a entrare a corte e a muoversi con libertà, nonostante le restrizioni riservate ai missionari cattolici, con il pretesto legittimo di viaggiare nei territori imperiali per verificare misurazioni e rilievi. Così, i suoi spostamenti, giustificati da scopi artistici e cartografici, gli permisero di svolgere la sua opera di evangelizzazione con maggiore libertà. Inoltre, il legame diretto con l’imperatore protesse Ripa anche dalle ostilità e dai tentativi di denigrazione messi in atto dai Gesuiti di corte. Il suo apostolato, infatti, si contrappose alla strategia di ‘adattamento’ precedentemente perseguita dai Gesuiti, in particolare da Matteo Ricci, agli inizi del Seicento, che aveva cercato di ‘cinesizzare’ il Cristianesimo indossando le vesti del letterato confuciano. Di contro, Ripa sostenne l’ortodossia romana dettata dall’enciclica di Papa Clemente XI, che condannava i riti tradizionali cinesi come incompatibili con la fede cattolica. Nonostante le tensioni con i Gesuiti di corte, che sospettavano in lui un’attività di spionaggio per la Santa Sede, il presule riuscì a mantenere il favore dell’imperatore grazie al suo talento artistico, che gli permise di vivere, ironicamente parlando, una “vita di schiavo onorato.”

Frontespizio per China Illustrated di Athanasius Kircher del 1667, pubblicato ad Amsterdam da Elisée o Elizaeus Weyerstraet e Jan Janszoon van Waesberghe, raffigurante Adam Schall, un angelo, e Matteo Ricci che espone una mappa della Cina. – Autore: Athanasius Kircher – Licenza: CC BY 2.0 via Wikimedia Commons

L’intuizione del clero indigeno e la fondazione napoletana

Il nucleo del pensiero di Matteo Ripa risiedeva in una consapevolezza strategica: l’evangelizzazione della Cina non poteva gravare solo sulle spalle dei missionari europei. Questi ultimi, infatti, erano costantemente penalizzati dalle barriere linguistiche e dalla vulnerabilità di fronte alle cicliche persecuzioni imperiali, che li rendevano bersagli facilmente identificabili. Ripa intuì che la soluzione risiedeva nella formazione di un clero autoctono: sacerdoti cinesi che, mimetizzandosi perfettamente nella società locale, avrebbero potuto diffondere il cristianesimo in modo capillare e sicuro.

La svolta operativa avvenne nel 1724. A causa del clima di crescente ostilità verso i cristiani promosso dall’imperatore Yongzheng (successore di Kangxi e quarto sovrano della dinastia Qing), Ripa decise di lasciare l’Oriente. Rientrò a Napoli conducendo con sé un piccolo ma significativo nucleo di quattro giovani cinesi convertiti e un maestro esperto di lingua e scrittura.

Il ritorno in patria non segnò la fine delle difficoltà, ma l’inizio di una complessa sfida burocratica. Ripa dovette lottare a lungo contro lo scetticismo delle autorità per ottenere il riconoscimento ufficiale della sua istituzione, ovvero la Congregazione e il Collegio de’ Cinesi (dedicati alla Sacra Famiglia). Queste ‘fatiche’ sono documentate con dovizia di particolari nei volumi Storia della fondazione della Congregazione e del Collegio de’ Cinesi sotto il titolo della Sacra Famiglia di G.C. scritta dallo stesso fondatore Matteo Ripa e de’ viaggi da lui fatti” (editi dalla Tipografia Manfredi nel 1832).

Dalle sue memorie emerge chiaramente come i principali oppositori non fossero a Napoli, ma a Roma. La Curia Romana e Propaganda Fide guardavano con sospetto e timore al suo progetto, percependo l’addestramento di sacerdoti cinesi in territorio europeo come un esperimento rischioso e dagli esiti imprevedibili. Intanto, il sacerdote ebolitano riuscì ad acquistare nell’attuale via Cagnazzi una casa appartenuta agli Olivetani, che in pochi anni si trasformerà nel bel Collegio dei Cinesi. Non a caso, nella zona, le strade circostanti assunsero denominazioni a esso collegate: Vicolo dei Cinesi, Salita dei Cinesi e Gradini dei Cinesi.

Targa toponomastica di Salita cinesi a Napoli – Foto: Giuseppe Schiattarella

Ma, come accennato, per legittimare il suo progetto fu necessario convincere le autorità religiose e quelle cosiddette civili, identificabili negli Asburgo. Dal canto suo, Carlo VI (rappresentato dal Conte Alois Thomas Raimund von Harrach, viceré di Napoli dal 1728 al 1732) favorì la creazione del Collegio, soprattutto perché vi intravedeva un’utilità pratica più che religiosa. Tra gli scopi originari della fondazione, era infatti prevista la formazione di interpreti esperti nelle lingue dell’India e della Cina. Questi professionisti dovevano servire la Compagnia di Ostenda, una società commerciale, istituita nei Paesi Bassi sotto il favore dell’imperatore per sviluppare i traffici mercantili tra l’Impero Asburgico (di cui Napoli faceva parte) e l’Estremo Oriente. La riprova del legame con il sovrano è il dono che Ripa fece a Carlo VI: una copia della sua imponente mappa geografica della Cina incisa su rame, oggi conservata a Vienna presso l’ex Biblioteca Imperiale.

Partenza del viceré di Napoli, Aloys Thomas conte Harrach, dal Palazzo Reale di Napoli – Autore: Nicola Maria Rossi – Licenza: Pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Ricevuto il placet dall’imperatore, dopo otto anni di trattative Ripa ottenne finalmente anche il riconoscimento ufficiale del Sommo Pontefice, Papa Clemente XII Corsini (peraltro, colui che fece costruire la Fontana di Trevi), con la Nuper pro del 7 aprile 1732. Nei giorni 25, 26 e 27 luglio 1732 seguirono solenni festeggiamenti per l’inaugurazione della congregazione e Ripa scrive: “…ne fu ancor fatta commemorazione ne’ publici avvisi stampati. E per conclusione, fra le varie iscrizioni che si vedevano appese in vari i luoghi, trascrivo qui solo quella che si leggeva su la prima porta di fuora pria d’entrare alla chiesa, che diceva… I sacro sodalizio di preti, avviato per fondare e governare un collegio, a modo di seminario, di cinesi, di giapponesi e di altri barbari di tutte le regioni orientali, sotto i fausti auspici della sacra famiglia di Gesù Cristo, con l’approvazione del sommo gerarca della chiesa, con la protezione di Carlo VI cesare augusto e con il plauso di tutta la chiesa, lieta celebra la sua inaugurazione e trascorre giorni di grandi festeggiamenti.

Nel suo libro sopra richiamato è lo stesso religioso che chiarisce come l’istituto non fosse un semplice seminario ma una congregazione di sacerdoti secolari e che esso aveva il compito esclusivo, nel rispetto del mantenimento delle radici culturali degli allievi, di istruire i giovani cinesi nelle scienze sacre e nella lingua latina, per poi rimandarli in patria a predicare il Vangelo.

Ben presto, il Collegio dei Cinesi divenne un punto di riferimento per la conoscenza dell’Oriente, attirando curiosi e studiosi interessati alla lingua e alla scrittura cinese. Non a caso, nel Settecento, già ai tempi di Matteo Ripa, nel convitto per l’educazione a pagamento di giovani napoletani soggiornarono, tra gli altri, sant’Alfonso Maria de’ Liguori e il venerabile Gennaro Sarnelli.

L’evoluzione del Collegio: dal Decennio Francese all’Unità d’Italia

All’inizio del XIX secolo, con l’avvento dei francesi, che segna un periodo cruciale per il Regno di Napoli, con le reggenze di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat si assiste a una improvvisa quanto radicale modernizzazione delle istituzioni attraverso l’abolizione della feudalità, l’introduzione del Codice Civile e la riforma degli studi. In generale, in quegli anni molti enti ecclesiastici furono riorganizzati, soppressi o sottoposti a controllo statale e ciò toccò anche il mondo dei collegi religiosi e della formazione.

Nonostante le forti incertezze e le riforme imposte, l’istituzione diede prova di una notevole resilienza e, pur vedendo la propria identità originaria messa alla prova, non cessò le attività, ma si integrò progressivamente nel sistema educativo del Regno.

Il cosiddetto ‘decennio francese’ non rappresentò una semplice parentesi di crisi, ma al contrario fu uno snodo cruciale che preparò il terreno per la futura Università Orientale di Napoli.

In questa fase, il Collegio iniziò la sua transizione verso una funzione accademica più strutturata e stabile, superando i confini della missione.Con l’Unità d’Italia, il processo di laicizzazione subì un’accelerazione decisiva:

  • 1868: il Collegio viene rinominato “Real Collegio Asiatico”;
  • 1888: l’ente assume il nome di “Istituto Orientale”, sancendo il definitivo distacco dalla connotazione missionaria.

Grazie all’impulso di figure come Francesco De Sanctis (1878), l’offerta formativa si ampliò drasticamente. Accanto al cinese, vennero introdotti insegnamenti di arabo, russo, hindi, urdu e sanscrito (quest’ultimo nobilitato dal magistero di Michele Kerbaker). Oggi, l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” è la custode diretta dell’eredità di Matteo Ripa. L’ateneo si pone come un centro di eccellenza per la mediazione linguistica e culturale, svolgendo un ruolo vitale nel mondo globalizzato: una porta privilegiata per la comprensione dell’‘altro’ e per il mantenimento di un dialogo costante tra le culture d’Oriente e d’Occidente.

Ingresso dell’Università Orientale di Napoli – Licenza: CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Il “Convitto dei Cinesi” come ponte culturale

Nonostante le intenzioni di Matteo Ripa fossero animate da un sincero e profondo spirito di evangelizzazione — come testimoniato dalle sue cronache cariche di zelo religioso — la creazione del Collegio dei Cinesi a Napoli nel 1732 segnò una svolta storica senza precedenti. Con questa fondazione, la sinologia europea passò dall’essere un insieme di interessi frammentari per studiosi e curiosi a una vera e propria disciplina istituzionalizzata. Nelle sue memorie Ripa sottolinea con fierezza il primato di Napoli: la città divenne l’unico centro in Europa dove la lingua cinese non era solo un oggetto di studio astratto, ma una realtà viva, parlata quotidianamente tra le mura dell’istituto. La presenza di rari manoscritti provenienti dall’Impero Celeste offrì finalmente agli studiosi un accesso diretto e tangibile a una civiltà fino a quel momento quasi leggendaria. Riletta in chiave contemporanea, l’iniziativa di Ripa appare come un precoce e straordinario esempio di soft power. Egli dimostrò come la diffusione della conoscenza e lo scambio culturale potessero generare un’influenza duratura, superiore a qualsiasi forma di imposizione o forza.

Il resoconto lasciato dal sacerdote non aveva solo lo scopo di difendere le proprie decisioni — spesso audaci, come il trasferimento di giovani orfani dalla Cina all’Italia — ma fungeva da vero e proprio testamento operativo per i posteri. Ripa esigeva che il Collegio rimanesse un luogo di incontro neutrale e aperto tra Oriente e Occidente. Il principio cardine su cui si basava era il seguente: la lingua e la cultura erano considerate gli unici strumenti capaci di costruire un ponte solido e autentico tra mondi distanti, permettendo di superare i confini geografici, religiosi e ideologici attraverso una comunicazione reale.

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Titolo: Logo con testo dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”
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Titolo: Ritratto ufficiale dell’imperatore Kangxi. Taipei, National Palace Museum.
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Titolo: Matteo Ripa – Splendore mattutino sul Ridge
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Titolo: Frontespizio per China Illustrated di Athanasius Kircher del 1667, pubblicato ad Amsterdam da Elisée o Elizaeus Weyerstraet e Jan Janszoon van Waesberghe, raffigurante Adam Schall, un angelo, e Matteo Ricci che espone una mappa della Cina.
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