‘Perfect Days’ – Foto: Giorgio Manusakis

L’ultimo film di Wim Wenders è una sorpresa senza effetti speciali.

Perfect Days, l’ultimo film del regista tedesco Wim Wenders, racconta la vita quotidiana di Hirayama ed è in grado di farci innamorare della semplicità.

Il protagonista ha circa sessant’anni e vive da solo in un piccolo appartamento di Tokyo. Ogni mattina si sveglia, annaffia le sue numerose piantine, si mette la tuta e dopo un caffè si dirige a lavoro nel suo minivan. Finito il turno va in un parco pubblico, mangia da solo su una panchina ogni giorno lo stesso pranzo, scatta una foto agli alberi con la sua macchina fotografica analogica e poi torna a casa dove, prima di addormentarsi, legge un libro. Hirayama lavora come addetto alle pulizie dei bagni pubblici della capitale ed è un uomo silenzioso affezionato alla sua quotidianità e ai sui rituali.

L’ultimo film di Wim Wenders, tornato a concorrere al festival di Cannes nel 2023, si potrebbe riassumere facilmente così, ma in realtà c’è molto altro. Perfect Days è la storia della vita quotidiana di un uomo qualunque che si è costruito, in un apparente stato di serenità inscalfibile, il suo mondo. Hirayama passa inosservato, svolge una mansione che i più definirebbero degradante, che spesso comporta sguardi di disapprovazione e silenzi pieni di giudizio nei suoi confronti. Eppure Hirayama, come un moderno Marcovaldo (protagonista dell’omonimo libro di Italo Calvino), cerca la bellezza attorno a sé, nota particolari che chiunque di noi tralascerebbe e si lascia ammaliare dai giochi di luce riflessa sui vetri, dalle foglie degli alberi e dal fruscio del vento. Nelle sue giornate, fatte di contemplazione dell’ordinario, riesce a cogliere gli aspetti più singolari di ogni cosa e riesce a trarre piacere dall’osservazione di ciò che gli sta intorno. La storia procede senza colpi di scena tranne per qualche imprevisto che va ad incidere sulla sua routine: il licenziamento improvviso di un collega, la chiusura temporanea del bar di cui Hirayama è cliente abituale e la visita a sorpresa della nipote.

Del protagonista, interpretato da Kōji Yakusho, sappiamo solo ciò che vediamo sullo schermo. Non conosciamo le sue origini e le motivazioni per cui si è allontanato dalla famiglia sono solamente intuibili dal brevissimo dialogo che Hirayama ha con la sorella. Questo, però, è sufficiente a restituire un’immagine fedele della psicologia del personaggio che è strettamente legato al contesto in cui è calato. Hirayama è ciò che fa, è ciò che vede, è le sue passioni per la musica e la fotografia. Raccontare questo tipo di storie, che sono effettivamente un ‘non racconto’, può essere talvolta pericoloso poiché c’è il concreto rischio che lo spettatore si annoi e il film risulti un inutile esercizio di stile. Tuttavia non è questo il caso: Perfect Days è la storia di un personaggio che si riscopre nella quotidianità, che attraverso cambiamenti seppur minimi sceglie di affrontare la vita in un certo modo e così una parte di Hirayama diventa anche parte di ognuno degli spettatori. L’errore in cui non si deve incappare è quello di pensare che Hirayama sia un personaggio immobile e immutabile; al contrario, è un uomo in parte irrisolto, che è consapevole di doversi scontrare con una realtà diversa ogni giorno. Il protagonista è raccontato per quello che è: un essere umano fatto di mille sfaccettature e compromessi in grado di farci commuovere e riflettere. Complice di ciò è un racconto delicato, accompagnato da una scelta musicale decisamente in armonia con il personaggio.

Parlando con sua nipote Hirayama dice: «Ci sono tanti mondi dentro lo stesso mondo». Questa frase rispecchia pienamente la progressione nella filmografia di Wim Wenders, che da artista visionario ha abbracciato un genere molto più introspettivo e, in un certo senso, autobiografico, attingendo sempre più spesso dal suo bagaglio di conoscenze e di esperienze. Ed è per questo che Perfect Days, nella sua apparente staticità, è in realtà un film mutevole e capace di sorprendere.

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