La locandina del World Press Photo 2026 – Foto: Demis Giannini
La 69esima edizione della mostra internazionale di fotogiornalismo fa tappa sino al prossimo 29 giugno al Palazzo delle Esposizioni di Roma.
a cura di Demis Giannini
Separati dall’ICE: il dramma di una famiglia di immigrati ecuadoriani
C’è una fotografia, in mostra al Palazzo delle Esposizioni, che funziona come una porta. Non la si può aggirare. È stampata grande, con una luce da interno istituzionale, del tipo che si trova negli uffici postali, nei tribunali, nelle sale d’aspetto dove la gente porta le proprie pratiche e spera che vadano bene. In quella luce un uomo è fermo in mezzo a un corridoio. Accanto a lui, due bambine, che si aggrappano a lui come se il pavimento stesse cedendo. Lui ha le mani occupate da qualcuno che non si vede bene nel frame, qualcuno che tira dall’altra parte. La fotografia si chiama Separati dall’ICE ed è la Photo of the Year della 69esima edizione del concorso World Press Photo, in mostra a Roma, al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale, dal 7 maggio al 29 giugno 2026.

Carol Guzy, ‘Separati dall’ICE’ – Foto: Demis Giannini
Lo scatto è stato realizzato il 26 agosto 2025 da Carol Guzy all’interno del Jacob K. Javits Federal Building di New York, un edificio che ospita, tra le altre cose, il tribunale per l’immigrazione. Luis, migrante ecuadoriano, si era presentato a una delle udienze di rito. Non era fuggito, non si era nascosto: era lì, in buona fede, con tutta la documentazione richiesta. Gli agenti dell’ICE – Immigration and Customs Enforcement, il corpo federale che gestisce i controlli sull’immigrazione negli Stati Uniti – lo hanno fermato nell’atrio, subito dopo l’udienza. Le sue figlie erano con lui. La moglie, Cocha, ha poi raccontato al giornale che ha pubblicato l’immagine: “Vi prego di capire che siamo venuti qui in cerca di un’opportunità migliore, non solo per noi stessi, ma anche per i nostri figli.” Luis era l’unico reddito della famiglia. I tre figli, di 7, 13 e 15 anni, si sono ritrovati a fare i conti, nel giro di pochi minuti, con qualcosa che non avevano previsto.
Quando si guarda questa fotografia, la prima cosa che colpisce non è la violenza, perché non c’è niente di cruento, niente di spettacolare nel senso deteriore del termine. Quello che colpisce è la geometria della scena: il corridoio dritto, la luce piatta, le bambine che si aggrappano. Sembra una composizione quasi ordinata, quasi burocratica, e forse è proprio questo il punto. L’ordine di certi meccanismi è più inquietante di qualsiasi caos. La fotografa era lì, presente, vicina, dentro la scena, parte di quel corridoio. Questa prossimità si sente. Si sente nel modo in cui le figlie di Luis occupano il primo piano, sfocate nella parte bassa del fotogramma.
Le tematiche della mostra: dalla guerra a Gaza alle dignitose donne Achi
La mostra del World Press Photo arriva a Roma ogni anno, portando con sé questa strana esperienza di tempo compresso. Le fotografie in mostra raccontano vicende accadute tra il 2024 e il 2025, le quali, esposte sulle pareti di un palazzo neoclassico del centro di Roma, sembrano appartenere a un presente che non finisce mai, che si rinnova ogni stagione con nomi e luoghi diversi ma con le stesse strutture di fondo. Questa edizione ha visto oltre 57.000 fotografie inviate da 3.747 fotografi provenienti da 141 paesi. Dalla selezione finale sono emersi 42 progetti vincitori, organizzati per categorie e aree geografiche. Pertanto, si cammina per le sale e si passa da un continente all’altro senza soluzione di continuità: da un conflitto a una cerimonia, da un volto a un paesaggio bruciato.
Uno dei due finalisti per la foto dell’anno è Saber Nuraldin, reporter di EPA Images. La sua opera si intitola Emergenza umanitaria a Gaza ed è stata scattata il 27 luglio 2025 al valico di Zikim, nel nord della Striscia. L’immagine mostra un camion di aiuti umanitari che è appena entrato attraverso il varco – l’esercito israeliano aveva dichiarato una sospensione tattica delle operazioni per consentire il passaggio dei rifornimenti. Sul cassone del veicolo, sulla cabina, ai lati, si arrampicano decine di persone. Cercano farina. Il secondo anno di guerra ha portato con sé una carestia che i rapporti internazionali descrivono da mesi, ma che in quella fotografia smette di essere un dato statistico e diventa qualcosa di molto concreto: corpi che si arrampicano su un veicolo in movimento, sotto il sole, per portare a casa qualcosa da mangiare.

Saber Nuraldin, ‘Emergenza umanitaria a Gaza’ – Foto: Demis Giannini
Il secondo finalista è Victor J. Blue. Il progetto, pubblicato sul New York Times Magazine, si chiama La prova delle donne Achi e documenta una giornata precisa: il 30 maggio 2025, fuori da un tribunale di Città del Guatemala, dove tre ex membri della protezione civile erano stati giudicati colpevoli di stupro e di crimini contro l’umanità, condannati a quarant’anni di carcere ciascuno. Le donne ritratte sono sopravvissute alla guerra civile guatemalteca, in particolare ai massacri e alle violenze sistematiche commesse nella regione di Baja Verapaz negli anni Ottanta. Avevano aspettato decenni. L’immagine le mostra fuori dal tribunale, in gruppo, con una postura che non è quella del dolore ma qualcosa di diverso: una compostezza che è già in sé una dichiarazione. La fotografia è stata premiata per il suo approccio misurato, per la capacità di restituire dignità senza trasformare le protagoniste in simboli.

Victor J. Blue, ‘La prova delle donne Achi’ – Foto: Demis Giannini
Le farīsāt di Chantal Pinzi e l’anoressia raccontata da Sanna Sjöswärd
Tra i lavori in mostra c’è anche un progetto italiano. Chantal Pinzi è l’unica rappresentante del nostro Paese premiata in questa edizione. La fotoreporter ha vinto nella categoria Stories per la regione Africa con un lavoro intitolato Farīsāt: Gunpowder’s Daughters. Il progetto è dedicato a un gruppo di donne marocchine che partecipano alla tbourida, una tradizione equestre secolare storicamente riservata agli uomini. Le farīsāt – il termine arabo significa “cavaliere” al femminile – si finanziano autonomamente, comprano i cavalli, i costumi, i permessi per la polvere da sparo. Il progetto di Pinzi segue queste donne nel loro allenamento, nelle esibizioni, nella vita quotidiana attorno all’attività equestre. Si tratta di un lavoro costruito sulla durata, sulla frequentazione ripetuta: le immagini hanno la confidenza di chi è stato lasciato entrare, non di chi si è limitato a documentare dall’esterno.

Chantal Pinzi, ‘Farīsāt: le figlie della polvere da sparo’ – Foto: Demis Giannini
La mostra non è soltanto guerra e crisi politica. C’è spazio – e non poco – per storie che si muovono in altri registri. Una delle più discusse tra i visitatori è quella della fotografa svedese Sanna Sjöswärd, che ha seguito per mesi una ballerina di danza classica nel suo rapporto con l’anoressia. Il progetto si chiama Engla Louise e ha la peculiarità di essere stato costruito con la piena partecipazione della protagonista: non un’indagine condotta su di lei, ma con lei. Le fotografie mostrano il corpo, la postura, la disciplina, il sacrificio fisico che la danza richiede e al tempo stesso il punto in cui questa disciplina si è trasformata in qualcos’altro. Il suo è un lavoro che fa molte domande sul confine tra dedizione e autodistruzione, e lo fa senza rispondere, il che è forse il suo merito principale.

Sanna Sjöswärd, ‘Enlga Louise’ – Foto: Demis Giannini
Gli altri progetti esposti, tra vita quotidiana e conflitti dimenticati dai media
Inoltre, ci sono le immagini che spiazzano per contrasto. Nelle Filippine, una coppia celebra le proprie nozze durante un’alluvione: gli sposi e i loro abiti bianco e scuro, l’acqua alta fino alle ginocchia, i testimoni intorno che tengono in alto quello che possono.

Aaron Favila, ‘Matrimonio nell’alluvione’ – Foto: Demis Giannini
A Tai Po, Hong Kong, un uomo urla davanti alla propria casa avvolta dalle fiamme. Un’agente di polizia, in stato di choc, si appoggia sul cofano di una macchina di servizio dopo un attentato. Ogni immagine occupa il proprio pannello e il proprio silenzio. Le fotografie si accumulano, si sovrappongono e a un certo punto non si sa più bene cosa stia facendo più effetto, se l’ultima vista o il peso complessivo di tutte le precedenti.

Tyrone Siu, ‘Un appello disperato’ – Foto: Demis Giannini
C’è poi il lavoro di Abdulmonam Eassa sul Sudan, che molti commentatori hanno indicato come uno dei più “necessari” di questa edizione. Il Paese è in guerra dal 2023: un conflitto che ha prodotto milioni di sfollati, una crisi umanitaria di proporzioni enormi con pochissima attenzione mediatica occidentale. Le fotografie di Eassa portano in superficie questa assenza, non come accusa esplicita, ma come constatazione. I volti che ritrae sono volti di cui si è parlato poco, in lingue che circolano poco, su testate che distribuiscono poco. Vederli qui, sulle pareti di un palazzo nel centro di Roma, produce un piccolo cortocircuito utile.

Abdulmonam Eassa, ‘La guerra in Sudan, una nazione in trappola’ – Foto: Demis Giannini
Il Palazzo delle Esposizioni è un ‘contenitore’ che si presta bene a questo tipo di esperienza. Costruito alla fine dell’Ottocento su progetto di Pio Piacentini, ha ospitato nel corso della sua storia mostre di genere molto diverso: arte contemporanea, archeologia, installazioni, fotografia. Il suo interno è sobrio, luminoso nelle sale principali, con soffitti alti che permettono alle immagini di respirare senza competere con l’architettura. Per una mostra come il World Press Photo, che deve al tempo stesso esporre e lasciare spazio alla concentrazione, è un contesto che funziona. Non aggiunge calore, ma non disturba neanche: lascia che siano le fotografie a fare il loro lavoro.

L’ingresso Palazzo delle Esposizioni – Foto: Demis Giannini
L’obiettivo del World Press Photo: fermarsi a riflettere, dinanzi a uno scatto
Il World Press Photo esiste dal 1955. Settantuno anni fa era un’iniziativa olandese dedicata alla fotografia di stampa, con ambizioni modeste e criteri ancora da definire. Nel tempo è diventato qualcosa di molto più grande: un archivio annuale del fotogiornalismo mondiale, un termometro delle priorità editoriali globali, uno spazio di riconoscimento per lavori che spesso vengono pubblicati una sola volta e poi dimenticati nel ciclo dell’informazione quotidiana. La mostra itinerante, che parte da Amsterdam e tocca decine di città in tutto il mondo, è uno dei suoi strumenti principali. Non perché le stampe grandi aggiungano informazione rispetto a una pubblicazione su carta o schermo, ma perché costringono a stare fermi davanti a qualcosa, a non scorrere, a non passare oltre. Questo, in fondo, è il tema di tutta la mostra: la resistenza allo scorrimento. Viviamo in un’epoca in cui le immagini vengono prodotte e consumate a una velocità che rende quasi impossibile l’assimilazione. Una fotografia di guerra passa sul telefono, ottiene qualche secondo di attenzione e viene spinta in basso dal contenuto successivo. Gli scatti del World Press Photo sono tecnicamente gli stessi; molti di quelli in mostra sono già circolati, alcuni ampiamente. Ma esposti qui, in questa dimensione, in questo silenzio relativo, smettono di essere contenuto e diventano immagini nel senso più tradizionale del termine: qualcosa che sta fermo e ‘aspetta’ che ti avvicini.
