Il manifesto della mostra – Foto: Matilde Di Muro
Il museo napoletano presenta fino al 18 maggio UNTITLE (I love you), prima retrospettiva italiana dell’artista americano.
Aran e il suo ricercato sperimentalismo
Formata da oltre 170 opere, in uno spazio di circa 800 metri quadri, al terzo piano dell’ottocentesco Palazzo Donnaregina, la mostra offre un tassello importante che documenta quella parte di arte internazionale più influente e ricca di risonanze del mondo contemporaneo. Il titolo dell’esposizione è tratto da uno dei primi e più celebri video realizzati da questo artista – di origini israeliane e attualmente residente a New York – che, partecipando a importanti eventi internazionali, tra cui la 55ª Biennale di Venezia (2013) e la Whitney Biennial di New York del 2014, dai primi anni Duemila a oggi ha prodotto opere scultoree, installazioni, disegni, dipinti, foto e video come mezzi di esplorazione di memoria, identità e quotidianità.
Nelle creazioni di Aran si osserva l’intento di oltrepassare i confini tradizionali dell’arte e dei media in una sorta di ‘linguaggio ibrido’ che si avvale dell’utilizzo di ogni mezzo e materiale, e della pratica di assemblare oggetti di vario tipo, spesso riconoscibili nella memoria recente o tramandata di ognuno di noi. È un modo, questo, per riflettere su temi come lo spostamento, il sentimentalismo e la strutturazione del linguaggio.

Alcune delle opere in esposizione – Foto: Matilde Di Muro
La mostra del Madre: un puzzle di narrazioni formalistiche (talvolta patetiche) sul quotidiano
L’esposizione al Madre, curata dalla direttrice del museo Eva Fabbris, raccoglie importanti prestiti internazionali, ripropone installazioni storiche e presenta una serie di lavori inediti realizzati dall’artista appositamente per l’occasione. Lungo il percorso il visitatore è invitato ad attraversare vasti ambienti gradevolmente illuminati (con installazioni, sculture, dipinti, stampe, fotografie) e altri completamente al buio in cui sono proiettati dei video prodotti da Aran utilizzando gli strumenti propri del linguaggio cinematografico, voci fuori campo, montaggi e ripetizioni, che restituiscono narrazioni frammentate dai significati molteplici ed instabili.

Una delle sale dell’esposizione – Foto: Matilde Di Muro
Nonostante il dinamismo del percorso e l’apparente disomogeneità di esperienze, le opere dialogano tra loro creando un ambiente unitario e immersivo. Non ci sono significati univoci ma molteplici interpretazioni, percezioni e sensazioni che l’artista stesso ha scelto di innescare, quasi a voler dimostrare come il linguaggio, qualunque esso sia, pur essendo fondamentale in ogni tipo di relazione, non è mai sufficiente a contenere la complessità delle esperienze.
L’artista definisce “formalismo burocratico” la logica con cui realizza molte delle sue creazioni, riorganizzando e assemblando oggetti di uso comune e apparentemente banali, come ad esempio le scrivanie e i materiali d’ufficio. Ogni elemento rimanda a un gesto ripetitivo, evocando la dimensione emotiva e talvolta patetica del fare quotidiano.

Una delle opere in esposizione – Foto: Matilde Di Muro
Dal sentimentalismo all’ambiguità di identità e linguaggio
Traspare chiaramente, soprattutto dalle opere in video, come il “sentimentalismo”, inteso come processo di amplificazione e codificazione di emozioni condivise, assuma una connotazione importante per Aran. Infatti, immagini di animali, oggetti domestici, ricordi legati all’infanzia diventano strumenti per esplorare meccanismi emotivi-affettivi predefiniti, quasi stereotipati e culturalmente massificati. In molte composizioni è possibile notare la presenza di fotografie in formato fototessera prive di vera identità. Esse, infatti, pur essendo, per antonomasia, un mezzo di riconoscimento istituzionalizzato, non forniscono alcuna indicazione sulla persona ritratta; questo aspetto porta, dunque, il visitatore a interrogarsi su una possibile familiarità con l’artista. Così facendo, Aran mette a nudo il bisogno che ognuno di noi ha di orientarsi, in una dimensione socio-esistenziale, attraverso il riconoscimento di connessioni e legami umani.

Una delle opere in esposizione – Foto: Matilde Di Muro
In realtà, è il linguaggio, in senso comunicativo ma soprattutto come spazio culturale e simbolico, ad attraversare e amalgamare l’intera opera di Aran. L’artista, utilizzando citazioni, slittamenti semantici e ripetizioni, dimostra come le parole possano caricarsi di ambiguità rendendo, così, i processi comunicativi estremamente fragili. È questa un’esperienza molto comune, riscontrabile nel linguaggio sia verbale che visivo – tante volte troppo sintetico – utilizzato nella messaggistica comune o nei post sul social. A tal proposito, appare di grande impatto un’installazione presente in una sala dello spazio espositivo, con le pareti completamente occupate da mensole che solitamente avrebbero ospitato dei libri. In questo caso, incuriosisce il fatto che Aran abbia posizionato su ogni scaffale, ben ordinate, lunghe serie di grandi lettere maiuscole dell’alfabeto fatte con del semplice pane. Familiari le lettere e ciò di cui sono fatte, ma solo formalmente: il pane, che è il cibo più semplice e alla base di ogni alimentazione, può non nutrire, così come le lettere, che fanno parte di ogni linguaggio, possono non dire nulla. Sono simboli ripetuti all’inverosimile; il loro vero significato fallisce mettendo in discussione il rapporto tra segno e referente.

Bread Library (2025) – Foto: Matilde di Muro
Il Madre: uno spazio ‘fluido’, aperto alla novità del linguaggio di Aran
La direttrice e curatrice Eva Fabbris ha sottolineato l’importanza di questo evento espositivo dichiarando: «Il formato dell’ampia retrospettiva consente di restituire la complessità e la coerenza di una ricerca che resiste a letture immediate o spettacolari. Per un museo come il Madre, situato in un territorio attraversato da stratificazioni culturali e narrazioni plurime, l’opera di Uri Aran – nel suo intreccio di intimità, ritualità quotidiana e dimensione collettiva – diventa uno strumento potente per ripensare il rapporto tra esperienza personale e costruzione di ciò che è condiviso».

Una delle sale dell’esposizione – Foto: Matilde Di Muro
In definitiva, con questa esposizione il museo Madre conferma la sua vocazione di spazio ‘fluido’, che non vuol essere un semplice contenitore di linguaggi ed esperienze altrui ma piuttosto un luogo in cui poter fare esperienze personali: uniche sì, ma tutt’altro che univoche e, pertanto, in continua ridefinizione. In tal senso, le opere di Aran sono interessantissimi esempi, affrontando temi attuali come la costruzione del senso, la memoria individuale e collettiva, la complessità delle relazioni, la sintetizzazione dei linguaggi in continua evoluzione, le fratture della comunicazione. Le sue creazioni si mostrano, dunque, capaci di veicolare concetti molto complessi che, pur appartenendo al vissuto dell’animo umano, risultano difficili da sviscerare.

Una delle opere in esposizione – Foto: Matilde Di Muro
Apertasi lo scorso 12 febbraio la mostra sarà visitabile sino al prossimo 18 maggio 2026 e vedrà la pubblicazione di un catalogo. Una serie di eventi accompagnerà questa esposizione, ospitando curatori e artisti internazionali che saranno invitati a relazionarsi e confrontarsi con le modalità espressive di Uri Aran. Inoltre, con l’intento di stimolare un dialogo aperto e dinamico con il pubblico, soprattutto giovanile, a partire dal mese di marzo il museo Madre metterà in atto un programma di attività didattiche adatte anche ai bambini, invitandoli a riflettere su come oggetti, parole e gesti possano essere organizzati, nominati e trasformati, stimolando in loro, così, attenzione, immaginazione e pensiero critico.
