Calco di una delle vittime dell’Orto dei fuggiaschi – Foto (modificata) da comunicato stampa

Nell’ambito di recenti indagini condotte sui calchi provenienti dall’Orto dei Fuggiaschi, è stata identificata la figura di un chirurgo che avrebbe tentato invano di salvare la sua vita e quella di altre vittime dell’eruzione del 79 d.C.

Il contesto di rinvenimento

L’Orto dei Fuggiaschi è uno dei luoghi più celebri e tragici di tutta Pompei. Situata nella parte sud-orientale della città (Regio I, Insula 21), nei pressi di Porta Nocera, questa zona era anticamente occupata da abitazioni, trasformate in seguito in un rigoglioso vigneto dotato di un triclinio per banchetti all’aperto.

Il sito deve il suo nome al ritrovamento, avvenuto durante gli scavi del 1961 diretti da Amedeo Maiuri, dei resti di 13 persone (adulti e bambini). Queste vittime furono sorprese dalla morte mentre cercavano una via di fuga verso le mura della città, correndo sopra uno strato di pomici che aveva già raggiunto l’altezza di 3,5 metri. Il sopraggiungere di un flusso piroclastico ne causò istantaneamente il decesso per shock termico e asfissia.

L’Orto dei fuggiaschi – Foto (modificata) da comunicato stampa

Grazie al celebre ‘metodo Fiorelli’ (ideato nel 1863 da Giuseppe Fiorelli, colui che tra l’altro fece realizzare tra il 1861 e il 1879 il plastico in sughero dell’antica città di Pompei esposto al Mann), è stato possibile conservare le fattezze dei fuggiaschi. Colando gesso liquido nelle cavità lasciate dai corpi decomposti all’interno della cenere solidificata, gli archeologi hanno ottenuto riproduzioni che catturano le pose drammatiche e il dolore provato negli ultimi istanti di vita. Oggi queste testimonianze sono esposte in una teca nel punto esatto del loro ritrovamento, rendendo l’Orto un potente luogo di memoria. Fino ad oggi li avevamo guardati come un gruppo omogeneo di disperati; scoprire che tra loro c’era un medico cambia la prospettiva: ci dice che il panico e la fuga livellarono ogni classe sociale, unendo nello stesso destino schiavi, patrizi e professionisti stimati.

Teche con i calchi – Foto (modificata) da comunicato stampa

La tecnologia al servizio dell’archeologia

L’archeologia del XXI secolo ha compiuto un vero e proprio ‘miracolo investigativo’ a Pompei, restituendo un nome e una dignità professionale a una delle quattordici vittime dell’Orto dei Fuggiaschi. Quello che per decenni è stato catalogato freddamente come il “calco numero 46” oggi ha finalmente un’identità: era un medicus. Sorpreso dalla furia dell’eruzione del 79 d.C., nell’estremo e disperato tentativo di mettersi in salvo, l’uomo è stato letteralmente ‘radiografato’ attraverso l’intonaco del tempo.

Grazie a sofisticate tecnologie diagnostiche non invasive, gli archeologi sono riusciti a guardare oltre la corazza di gesso, rivelando un equipaggiamento tecnico fondamentale per la professione dell’individuo, trasformando un corpo anonimo nel testimone oculare della scienza medica antica. La scoperta odierna suggerisce che la vittima non stesse solo fuggendo per la propria vita, ma avesse scelto di salvare i suoi strumenti di lavoro, forse nella speranza di poter continuare a curare i sopravvissuti altrove.

La svolta interpretativa è giunta grazie all’applicazione di metodologie scientifiche all’avanguardia presso la Casa di Cura Maria Rosaria di Pompei. I ricercatori hanno utilizzato:

  • radiografie e tomografie digitali per analizzare il contenuto interno dei calchi senza distruggerli;
  • scansioni TC supportate da Intelligenza Artificiale per elaborare i dati stratigrafici e distinguere i materiali organici da quelli metallici;
  • modellazione 3D, che ha permesso di ricostruire virtualmente la complessa struttura meccanica di una piccola cassettina tecnica rimasta inglobata nel gesso.

Analisi di un reperto – Foto (modificata) da comunicato stampa

Il corredo professionale del medico

L’indagine diagnostica ha rivelato la presenza di un set medico completo, posizionato all’altezza del ventre della vittima. All’interno di una cassettina in materiale organico di circa 12,5×5,2×2,6 cm, dotata di un sofisticato sistema di chiusura con rotella dentata, sono stati rinvenuti diversi oggetti:

  • strumenti chirurgici metallici atti alla manipolazione dei tessuti;
  • una lastrina in ardesia (coticula), utilizzata come base per la triturazione e la preparazione di composti galenici, farmaci o cosmetici;
  • una borsa in tessuto contenente un piccolo fondo monetario composto da monete in argento e bronzo, utile per ricominciare l’attività professionale in una nuova città.

“Già duemila anni fa, c’era chi il medico non lo faceva, limitatamente agli orari di ricevimento – afferma il direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel – ma semplicemente lo era, in ogni momento, finanche nel momento della fuga dall’eruzione, vanificata dalla nube piroclastica che colse il gruppo di fuggiaschi che tentavano di uscire dalla città attraverso Porta Nocera. Quest’uomo ha portato i suoi strumenti con sé per essere pronto a ricostruirsi una vita altrove, grazie alla sua professione, ma forse anche per aiutare altri. Dedichiamo questa piccola ma significativa scoperta a tutte le donne e gli uomini che oggi continuano a svolgere questo mestiere con un altissimo senso di responsabilità e servizio alla comunità.” Questa scoperta conferma che i depositi di Pompei sono un archivio storico dinamico, capace di restituire biografie interrotte grazie alla sinergia tra discipline umanistiche e innovazione scientifica. Per saperne di più, sull’ e-Journal del Parco archeologico, reperibile sul sito https://pompeiisites.org/, può essere letta la pubblicazione scientifica integrale.

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