Uno degli edifici – Foto: Demis Giannini
Tuol Sleng, un elegante edificio scolastico della capitale della Cambogia, fu trasformato in penitenziario dal regime dei Khmer Rossi nel 1975.
a cura di Demis Giannini
Al di là di un cancello un silenzio che pesa
C’è un momento, appena varcato il cancello di Tuol Sleng, in cui il mondo esterno smette di esistere. Non è una metafora. È una percezione fisica: il rumore di Phnom Penh – i tuk-tuk, i clacson, la musica che esce dai negozi – si interrompe come se qualcuno avesse abbassato un volume, e quello che rimane è un silenzio che non è quiete. È qualcosa di più pesante. L’aria stessa sembra ferma, immobile, anche quando il vento muove le cime degli alberi che crescono nel cortile. Quegli arbusti ci sono sempre stati. Erano lì anche allora.
Tuol Sleng si trova nel cuore della capitale cambogiana, in un quartiere residenziale dove oggi ci sono caffè, minimarket, bambini che vanno a scuola. Prima era una scuola: il liceo Ponhea Yat, costruito negli anni Sessanta con quella architettura sobria e ariosa che i francesi avevano lasciato in tutto il Sud-Est asiatico. Quattro edifici a tre piani disposti intorno a un cortile alberato, corridoi aperti, aule ampie con finestre alte. Nel 1975, quando i Khmer Rossi entrarono a Phnom Penh il 17 aprile e svuotarono la città in pochi giorni, spingendo la popolazione verso le campagne a piedi, quella scuola fu requisita e trasformata. Venne chiamata S-21: Sicurezza 21. Un nome da ufficio, da registro, come se quello che vi accadeva fosse una pratica amministrativa.

Tuol Sleng – Foto: Demis Giannini
Il racconto di un atroce sterminio, tra celle, documenti e fotografie
Tra il 1975 e il 1979, nel periodo del Kampuchea Democratico – la Cambogia di Pol Pot – attraverso S-21 passarono almeno diciassette mila persone. Forse di più: i registri sono incompleti, e molte non furono mai registrate. Di queste, sopravvissero in sette. Il numero è talmente piccolo da risultare quasi incredibile la prima volta che lo si legge. Gli altri morirono lì o furono trasferiti ai campi di sterminio di Choeung Ek, a quindici chilometri dalla città, dove le fosse erano già aperte. Gli edifici sono rimasti quasi intatti. Questo è uno dei primi elementi che colpisce quando si comincia a girare tra i corridoi: non c’è stata una ricostruzione, non c’è stata una messa in scena museale. Quello che si vede è quello che era. I letti di metallo nelle celle dei prigionieri di alto rango – stanze singole al piano terra dell’edificio A, dove i detenuti erano incatenati alla struttura e interrogati – sono gli stessi che erano lì nel gennaio del 1979, quando i soldati vietnamiti sfondarono le linee dei Khmer Rossi e liberarono la città. I militari trovarono quattordici corpi nelle camere. Le fotografie scattate in quei giorni sono tutte esposte. Guardarle è un’esperienza straniante: la sovrapposizione tra passato e presente è così completa che il confine tra i due ambiti diventa incerto.

Stanza singola edificio A – Foto: Demis Giannini
Al piano superiore degli edifici B e C ci sono le celle collettive. Le aule erano state suddivise con mattoni e cemento in cubicoli di sessanta centimetri per ottanta: appena lo spazio per stare distesi. I mattoni sono ancora lì, le divisioni ancora in piedi, e si può camminare lungo i corridoi stretti che separano una fila di celle dall’altra. Il soffitto è alto, le finestre sbarrate con reticolato metallico. La luce vi entra lo stesso. Ciò crea un effetto paradossale: ce n’è abbastanza per vedere tutto chiaramente, per non perdere nessun dettaglio, per non potersi rifugiare nell’ombra.

Corridoio piano superiore – Foto: Demis Giannini
Uno dei dettagli più difficili da metabolizzare è il regolamento. Era appeso alle pareti delle celle, scritto in khmer e, in alcune versioni, anche in inglese per i prigionieri stranieri. Dieci regole. Bisognava rispondere alle domande senza nascondere nulla. Bisognava non piangere. Non era permesso urlare quando si veniva torturati. Non era permesso parlare con gli altri prigionieri senza autorizzazione. Chi violava le regole veniva punito con dieci colpi di frusta elettrica. Il linguaggio burocratico delle norme – il tono neutro, quasi scolastico – è forse l’aspetto più agghiacciante di tutto il documento. Sembra la trascrizione di una normalità capovolta, un mondo in cui la violenza era stata codificata così completamente da non avere più bisogno di giustificarsi.
S-21 era gestita da Kang Kek Ieu, conosciuto come Duch, un ex docente di matematica che aveva abbracciato l’ideologia dei Khmer Rossi con la stessa metodicità con cui probabilmente aveva insegnato le frazioni ai suoi studenti. Costui fu l’unico alto responsabile a confessare i propri crimini di fronte al Tribunale straordinario delle Camere dei Tribunali della Cambogia, l’organo internazionale istituito per giudicare i leader del regime. Fu condannato all’ergastolo nel 2012 e morì in carcere nel 2020. Le sue deposizioni, in parte disponibili negli archivi, rivelano una mente che aveva separato completamente l’atto dall’emozione: descriveva le procedure di interrogatorio con la precisione di chi compila un rapporto, senza mai perdere il filo.

Teca con cranio – Foto: Demis Giannini
La documentazione prodotta da S-21 è sterminata. I Khmer Rossi fotografavano ogni prigioniero all’arrivo: nome, data, numero di matricola. Primo piano, frontale, espressione fissa imposta dagli agenti. Questi ritratti sono esposti nelle sale del museo in grandi pannelli, file su file di volti. Uomini, donne, anziani, bambini. Alcuni guardano l’obiettivo con un’espressione che non si riesce a classificare: non è paura, non è rassegnazione; è qualcosa che sta prima di entrambe, un momento in cui la mente ancora non ha elaborato del tutto quello che sta accadendo. Altri hanno gli occhi abbassati. Una donna tiene in braccio un neonato. Un ragazzo – non avrà più di quattordici anni – guarda di lato, come se cercasse qualcosa fuori dall’inquadratura.
Queste fotografie sono diventate uno dei simboli più riconoscibili del genocidio cambogiano. Sono state riprodotte, analizzate, incluse in mostre in tutto il mondo. Ma vederle lì, nello stesso edificio dove quelle persone furono fotografate, cambia il peso che hanno. Non sono immagini di archivio. Sono persone che erano in piedi esattamente dove stai tu, che guardavano un obiettivo nello stesso spazio in cui ti trovi adesso. La distanza temporale si annulla e quello che rimane è qualcosa di molto concreto: la presenza di una assenza.

Il ‘Magic Tree’ sul quale veniva appeso un altoparlante con musica ad altissimo volume per non far ascoltare le grida dei giustiziati – Foto: Demis Giannini
Dalle confessioni manipolate alla presenza di un sopravvissuto
Accanto alle fotografie ci sono le confessioni. I Khmer Rossi registravano meticolosamente tutto: ogni interrogatorio, ogni dichiarazione estorta sotto tortura, ogni nome fatto dal prigioniero per indicare presunti complici. Proprio quei nomi diventavano nuovi mandati di arresto se i presunti complici venivano a loro volta portati a S-21, fotografati, interrogati. Era un sistema che si alimentava da sé, che cresceva seguendo una logica interna di paranoia e controllo. Le confessioni erano in parte assurde – prigionieri che ammettevano di essere agenti della CIA o del KGB, spie al soldo di potenze straniere, sabotatori dell’utopia agraria – e tutti sapevano che erano assurde, compresi gli interrogatori che le redigevano. Non importava. La confessione non era uno strumento di verità. Era uno strumento di classificazione.
Nel cortile, sotto gli alberi, ci sono le attrezzature per la ginnastica che i Khmer Rossi avevano costruito per esercitare i propri soldati e che dopo la liberazione furono usate come forche improvvisate. Le strutture metalliche sono ancora lì. Nessuno le ha rimosse. Accanto a esse ci sono alcune urne commemorative, fiori freschi portati da visitatori cambogiani che vengono a rendere omaggio ai morti. In Cambogia quasi ogni famiglia ha perso qualcuno nel periodo del Kampuchea Democratico: si stima che tra il 1975 e il 1979 siano morti tra un milione e mezzo e due milioni di persone, quasi un quarto della popolazione. Non esiste una famiglia che non sia stata toccata. Per molti cambogiani che vengono a Tuol Sleng, questo non è un museo straniero. È un posto dove cercare i propri cari.
All’esterno delle stanze al pianterreno, tra i materiali esposti e le pubblicazioni in vendita, si trova qualcosa che interrompe il ritmo della visita in modo inatteso. C’è un uomo seduto a un tavolo. Davanti a lui sono disposti dei libri. Si chiama Norng Chanphal ed è uno dei sette sopravvissuti di S-21. Ha scritto un libro che porta il suo stesso nome come titolo: una testimonianza diretta di quello che accadde in quelle stanze, di come vi arrivò, di cosa vide, di come uscì. E lo vende lui, di persona, seduto lì, nello stesso edificio dove fu prigioniero.

Norng Chanphal, uno dei pochi sopravvissuti – Foto: Demis Giannini
È difficile descrivere quello che si prova stando di fronte a quella presenza. Non c’è niente di teatrale nel modo in cui Norng Chanphal occupa quel tavolo: è un anziano che firma i libri, che a volte risponde a qualche domanda, che a volte tace. Ma il fatto che sia lì, che abbia scelto di essere lì, in quel posto, ogni giorno, dice qualcosa che nessuna didascalia museale potrebbe dire. Significa che Tuol Sleng non è solo un luogo del passato. Significa che il passato è ancora presente in modo letterale, corporeo, visibile. La storia qui non è andata nei libri: è seduta a un tavolo e firma le copie.
Quello che Norng Chanphal ha scritto appartiene a una letteratura di testimonianza che esiste in molte forme e in molte lingue, ma che in Cambogia ha caratteristiche particolari. Per anni, dopo il 1979, il Paese ha fatto fatica a elaborare pubblicamente il genocidio: il governo instaurato con l’appoggio del Vietnam aveva le proprie ragioni politiche per non aprire troppo quel capitolo e la società civile era devastata. La maggior parte di chi aveva studiato, di chi aveva avuto una posizione intellettuale o professionale, era stata uccisa o era fuggita. La memoria si trasmetteva in silenzio, nelle famiglie, senza una cornice pubblica che la contenesse. Il museo fu aperto nel 1980, quasi subito dopo la liberazione, ma per molti anni fu principalmente uno strumento di propaganda del nuovo governo, non un luogo di elaborazione collettiva. Solo negli anni Novanta, con l’arrivo dell’Onu e il lento processo di transizione democratica, cominciò a costruirsi un discorso pubblico più articolato.

Il cortile d’ingresso – Foto: Demis Giannini
Tuol Sleng: una cicatrice storica che interroga cambogiani e turisti
Oggi Tuol Sleng riceve centinaia di migliaia di visitatori ogni anno. Una parte significativa di essi è formata da cambogiani, giovani soprattutto, che vengono con le scuole o da soli. Un’altra, invece, è composta da stranieri, turisti che inseriscono Tuol Sleng nei loro itinerari cambogiani tra Angkor Wat e i mercati di Phnom Penh. L’accostamento può sembrare stridente, ma forse è inevitabile: la Cambogia è un Paese che porta addosso simultaneamente la meraviglia delle sue rovine antiche e la ferita di una storia recente che non è ancora del tutto chiusa. Visitare Angkor significa stare di fronte a una civiltà che ha costruito templi nell’arco di secoli. Visitare Tuol Sleng significa stare di fronte a quello che una civiltà può fare a sé stessa nel giro di quattro anni. Uscire da Tuol Sleng richiede un momento. Non è un luogo dal quale si esce distrattamente. Il cancello è lì, la strada è lì, ituk-tuk sono tornati ad essere rumorosi come prima. Ma qualcosa è rimasto dentro, qualcosa che non ha un nome preciso e che non è esattamente dolore né esattamente comprensione. È più simile a una consapevolezza fisica: certi edifici trattengono quello che è accaduto tra le loro pareti; il cemento, il ferro e il legno possono assorbire qualcosa che non si cancella con una tinteggiatura. Gli alberi nel cortile si muovono nel vento del tardo pomeriggio. Un venditore di frutta passa sulla strada con il suo carretto. Da qualche parte, all’interno, un uomo anziano è ancora seduto al suo tavolo.
