Loch Lochy con il Ben Nevis in lontananza – Foto: Mario Severino

La montagna più alta della Gran Bretagna, con i suoi paesaggi e il suo clima, attira da secoli poeti, scienziati e semplici escursionisti.

a cura di Mario Severino

Una dura e malinconica bellezza

Ci sono montagne che si scalano per il panorama, altre per la sfida. Poi c’è il Ben Nevis, la montagna più alta della Scozia, dell’intero Regno Unito e di tutte le Isole Britanniche, che si sale soprattutto per quello che rappresenta. Con i suoi 1.345 metri domina le Highlands occidentali sopra Fort William, attirando ogni anno migliaia di escursionisti da tutto il mondo.

Ma il Ben non è una montagna spettacolare nel senso alpino del termine. Non ha creste eleganti né ghiacciai immensi. In molti racconti moderni viene descritto soprattutto come un luogo atmosferico: nebbia, pioggia orizzontale, vento e isolamento. Una bellezza dura, malinconica e profondamente emotiva.

Ed è proprio questo che rende il Ben Nevis diverso dalle altre montagne europee. È un’icona culturale scozzese prima ancora che una vetta. Aspra, imprevedibile, lontana dall’estetica grandiosa delle Alpi. Una montagna che non cerca di impressionare con il panorama, ma con la sua presenza. A maggio, quando gran parte dell’Europa assapora già la primavera, il Ben Nevis continua a vivere sospeso tra inverno e disgelo. La neve ricopre ancora la parte alta della montagna e il tempo può cambiare in pochi minuti. Anche una salita apparentemente semplice può trasformarsi rapidamente in qualcosa di molto più serio.

L’ascesa verso il Ben: dall’accogliente Pony Track al paesaggio lunare di Halfway Lochan

Lasciamo la macchina al parcheggio del Ben Nevis Visitor Centre. L’atmosfera è quella tipica dei luoghi di montagna, dove ogni escursionista parte con un misto di entusiasmo e incertezza. Ci avvisano che la salita richiede circa otto ore complessive. Guardiamo l’orologio: è già mezzogiorno! Prima di partire ci danno informazioni sul meteo e ci raccomandano prudenza. “Se dopo il tramonto non siete ancora rientrati, chiamate i soccorsi.” Non esattamente il genere di frase che rassicura.

Pony mountain – Foto: Mario Severino

La salita inizia lungo la celebre Mountain Track, conosciuta anche come Pony Track, il sentiero più battuto che parte dalla valle di Glen Nevis. È il percorso scelto dalla maggior parte degli escursionisti che tentano la cima, ma non bisogna lasciarsi ingannare dalla sua popolarità: il Ben Nevis non regala nulla. Le prime ore scorrono tra prati verdi, ruscelli e il silenzio tipico delle Highlands scozzesi. Alla sinistra del sentiero si staglia il Meall an t-Suidhe, la “piccola spalla” della montagna, mentre la traccia sale lentamente con una lunga serie di tornanti.

Dopo circa un’ora e mezza compare il piccolo lago chiamato Halfway Lochan che, nonostante il nome, di “metà strada” ha ben poco. È più un’illusione psicologica che un vero traguardo.

Halfway Lochan – Foto: Mario Severino

Da lì il paesaggio cambia improvvisamente: il verde scompare, sostituito da pietra, ghiaia e vento freddo. La montagna diventa grigia, severa, quasi lunare. È il momento in cui si capisce davvero che il Ben Nevis non è una semplice passeggiata.

I verdi pascoli lasciano spazio a distese di basalti grigi, memoria della sua origine geologica. Il Ben Nevis è infatti ciò che rimane di un antico vulcano del Devoniano, collassato in maniera catastrofica durante il Carbonifero, circa 350 milioni di anni fa. La vegetazione si riduce progressivamente fino a lasciare posto soltanto a muschi e licheni, che delineano un paesaggio sempre più simile alla tundra.

Tipico paesaggio delle Highlands – Foto: Mario Severino

Dentro la nuvola…

Salendo verso la cima si entra nelle nubi, quasi perenni sul Ben. La visibilità diminuisce rapidamente e compaiono i primi blocchi di neve che, man mano che si sale, diventano una presenza costante. A un certo punto il sentiero scompare completamente sotto la neve. Con la nebbia fitta e la visibilità ridotta, l’unico modo per orientarsi è cercare i cairn, gli omini di pietra che emergono a intervalli dal bianco uniforme della montagna. A volte compaiono all’improvviso nella foschia, altre sembrano dissolversi nel nulla dopo pochi passi.

Un cairn tra la neve – Foto: Mario Severino

Poco sotto il plateau sommitale inizia la parte più dura della salita. La pendenza aumenta sensibilmente e la neve ghiacciata rende ogni passo faticoso, soprattutto senza ramponi. È qui che il Ben Nevis mostra il suo lato più severo: non tanto per l’altitudine, quanto per le condizioni atmosferiche che riesce a creare anche in piena primavera. In cima, il monte è esattamente come viene descritto da chi lo conosce bene: completamente immerso nelle nuvole. La visibilità è minima. Intorno non si distingue quasi nulla, soltanto bianco e grigio. Nessun panorama spettacolare sulle Highlands, nessuna vista infinita sulla Scozia. Solo nebbia, vento gelido e neve compatta sotto gli scarponi.

Il sentiero sparisce continuamente sotto la neve e gli unici riferimenti restano i cairn disseminati lungo la sommità, ma bastano pochi metri fuori direzione per sentirsi immediatamente disorientati. La vetta è avvolta dalla nebbia per gran parte dell’anno e anche a maggio neve e ghiaccio possono rendere la progressione lenta, complessa e fisicamente estenuante.

Il dorsante innevato – Foto: Mario Severino

Arrivati in cima, la sensazione è quasi surreale. Il summit del Ben Nevis è un enorme altopiano roccioso, più simile a un deserto di pietre che a una classica vetta alpina. Quel giorno, però, tutto è nascosto dalla neve e dalle nuvole. La nebbia si muove continuamente, aprendosi solo per pochi secondi prima di richiudersi subito dopo. Ogni figura umana appare come un’ombra distante nella foschia. Il silenzio è quasi totale, interrotto soltanto dal vento. In quel momento diventa facile capire perché il nome gaelico Beinn Nibheis venga spesso associato all’idea di una montagna ostile o velenosa. Il Ben Nevis ha qualcosa di profondamente selvaggio: non cerca di conquistarti con una bellezza immediata o con panorami grandiosi, ma con la sua atmosfera dura, remota e imprevedibile.

La vetta tra storia e resistenza

Sulla cima si trovano ancora le rovine dell’antico osservatorio meteorologico attivo tra il 1883 e il 1904, quando gli scienziati vivevano quassù per studiare il clima estremo delle Highlands. Pensare che qualcuno abbia abitato stabilmente in un luogo simile sembra quasi assurdo, soprattutto quando il vento e la neve iniziano a colpire il viso senza tregua.

Il rifugio in cima alla montagna – Foto: Mario Severino

Il Ben Nevis è una montagna simbolica anche dal punto di vista culturale. Nell’Ottocento divenne una meta centrale dell’immaginario romantico britannico, attirando scrittori, viaggiatori ed esploratori affascinati dalla natura selvaggia delle Highlands.

Tra loro ci fu anche John Keats; nel 1818, pochi mesi dopo la pubblicazione di Endymion, il giovane poeta attraversò a piedi gran parte della Scozia occidentale insieme all’amico Charles Armitage Brown. All’epoca il Ben Nevis non era ancora una meta turistica organizzata: niente sentieri strutturati, nessun rifugio, nessuna segnaletica moderna. La montagna conservava un’aura remota e quasi ostile. Le testimonianze della salita provengono soprattutto dalle lettere che Keats scrisse al fratello George e alla cognata durante il viaggio. Oggi questi documenti sono considerati fondamentali non solo per ricostruire il percorso nelle Highlands, ma anche per comprendere l’evoluzione del suo pensiero poetico. Nelle lettere Keats racconta la pioggia incessante, il vento, la fatica fisica e il senso di isolamento delle montagne scozzesi. E colpisce soprattutto il contrasto tra il sublime romantico immaginato dai poeti dell’epoca e la realtà concreta del Ben Nevis: freddo, umidità, stanchezza, disagio.

Flora sulla cima del Ben Nevis – Foto: Mario Severino

La Scozia che emerge dai suoi scritti non è idealizzata. È magnifica, ma anche dura, fisica, quasi brutale. Quel viaggio, inoltre, aggravò probabilmente la malattia che lo avrebbe portato alla morte pochi anni dopo. Le lunghe camminate sotto la pioggia e il freddo delle Highlands segnarono profondamente la sua salute. Ed è curioso pensare che, più di due secoli dopo, il Ben Nevis continui a trasmettere esattamente le stesse sensazioni descritte da Keats: smarrimento, fatica, fascino e isolamento.

La lunga discesa

Dopo aver raggiunto la vetta e scattato qualche foto tra le nuvole, inizia la discesa. Ed è lì che si percepisce davvero la stanchezza accumulata.

Riscendendo la montagna, fuoriuscendo dalle nuvole – Foto: Mario Severino

Le gambe iniziano a cedere sui lunghi tornanti, le ginocchia ‘sentono’ ogni passo e il sentiero sembra non finire mai. Ma lentamente, perdendo quota, la neve lascia spazio alla roccia, poi all’erba e infine di nuovo ai colori vivi della valle. Solo allora il Ben Nevis concede qualche scorcio delle Highlands scozzesi: vallate immense, pendii verdi e il cielo che torna ad aprirsi dopo ore trascorse dentro una nuvola. La salita al Ben Nevis non è soltanto un’escursione. È un’esperienza fatta di fatica, orientamento, meteo estremo e resistenza mentale. Non importa se la cima resta nascosta dalle nuvole e se il panorama non si mostra quasi mai. In fondo, il fascino del Ben Nevis sta proprio lì: nel sentirsi piccoli dentro una montagna che vive di nebbia, neve e silenzio. Forse è anche per questo che, nonostante il freddo, la fatica e le otto ore di cammino, una volta tornati a valle rimane subito un solo pensiero: ne è valsa assolutamente la pena.

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