Illustrazioni dei manifestanti dei Fasci SicilianiLicenza: Wikimedia Commons

Adolfo Rossi e i Fasci Siciliani dei Lavoratori

Nel migliore dei casi si parla dei Fasci Siciliani come di una serie di rivolte che, pur nascendo dalle comprensibili rivendicazioni di contadini poverissimi, gettò nello scompiglio la Sicilia della fine del XIX secolo e si chiuse solo in seguito all’intervento deciso del giovanissimo Regno d’Italia.

La vicenda dei Fasci fu breve, si consumò nell’arco di circa un anno. Il primo vagito, infatti, fu l’eccidio del 20 gennaio 1893 quando a Caltavuturo, in provincia di Palermo, un corteo di contadini che reclamava l’assegnazione delle terre fu fermato dai soldati del Regno a suon di fucilate. I morti, tutti tra i contadini, furono 11 e i feriti 40. A gennaio dell’anno successivo, dopo una lunga serie di rivolte, manifestazioni e repressioni sanguinose, la Sicilia fu messa in stato d’assedio, i Fasci furono sciolti, molti cittadini furono arrestati, la libertà di associazione, di stampa e di parola fu soppressa.

Eppure i Fasci sono stati una pagina mirabile, addirittura gloriosa, della storia siciliana. Non si trattò semplicemente delle rivolte di un gruppo di contadini ma del tentativo, decisamente riuscito, di organizzare gruppi – peraltro piuttosto numerosi – di contadini, artigiani, operai e addirittura borghesi e qualche (illuminato) proprietario terriero con l’obiettivo di lottare per ottenere accordi più ragionevoli tra lavoratori e padroni. In virtù di ciò che sembra uno scherzo piuttosto beffardo del destino, o della storia – o di entrambi – tali accordi furono stabiliti al Congresso agrario di Corleone, cittadina in cui esisteva uno dei fasci più numerosi e più attivi dell’intera Sicilia. Il ‘Patto di Corleone’ è considerato il primo esempio di contratto sindacale in Italia.

I numeri, le vicissitudini, le storie – alcune amarissime, altre bellissime – dei Fasci Siciliani sono raccontati nel dettaglio dall’inchiesta purtroppo, e forse non casualmente, dimenticata di Adolfo Rossi. Giornalista veneto, dalla biografia avventurosa, Rossi attraversò la Sicilia come inviato di un giornale romano, La Tribuna, proprio per documentare quanto stava accadendo. I suoi articoli sono stati poi raccolti in un libro, ora disponibile al link http://www.spazioamico.it/Adolfo%20Rossi.htm e ripreso da un bel documentario di Nella Condorelli.

Ma il punto nevralgico di questa vicenda non sta tanto, o non sta solo, nei dati e negli eventi. Sta nella consapevolezza. Ovvero, nel fatto che una massa di contadini e artigiani analfabeti, un gruppetto di borghesi – medici, impiegati – e qualche proprietario terriero, maturarono la consapevolezza del diritto di tutti gli uomini ad una vita dignitosa ed alla necessità della condivisione socialista dei beni.

Non si trattò di un fenomeno improvvisato, né nato dalla spinta di una povertà divenuta insopportabile. Si trattò, piuttosto, di un fenomeno culturale e sociale di grande rilievo. Uno dei promotori più in vista, Rosario Garibaldi Bosco, era un commercialista, di idee socialiste fin dall’adolescenza, che partì per Parigi con l’obiettivo dichiarato di studiare le forme di associazionismo dei lavoratori. Poi tornò in Sicilia e fondò la sezione palermitana dei Fasci Siciliani.

Rosario Garibaldi Bosco – Licenza: Wikimedia Commons

Ciò che sorprende davvero, però, è leggere che contadini analfabeti, ad Adolfo Rossi che chiedeva il motivo per il quale il Fascio fosse tanto numeroso, rispondevano: ”Perché abbiamo capito subito che per ottenere qualche cosa bisogna cominciare coll’unirsi”. Oppure, che esistevano sezioni femminili dei fasci, a volte più numerose di quelle maschili, e che una contadina pronunciava parole del genere: “Gesù era un vero socialista e voleva appunto quello che chiedono i Fasci, ma i preti non lo rappresentano bene, specialmente quando fanno gli usurai. Alla fondazione del Fascio i nostri preti erano contrari e al confessionale ci dicevano che i socialisti sono scomunicati. Ma noi abbiamo risposto che sbagliavano, e in giugno, per protestare contro la guerra ch’essi facevano al Fascio, nessuno di noi andò alla processione del Corpus Domini.”

Le attività dei Fasci sono state, per fortuna, messe nero su bianco dall’inchiesta di Rossi. La questione è: cosa è stato di una tale conquista nel corso dei decenni successivi? Come è possibile che si sia passati dalla lucida consapevolezza di far parte di una società civile, dove il diritto di ognuno è il diritto di tutti, alle realtà del voto di scambio, dell’omertà, del potere granitico della mafia, del lavoro come sfruttamento?  

Sarebbe riduttivo, ovvio, ritenere responsabile della regressione della società siciliana la chiusura forzata dei Fasci da parte del governo nazionale e la concomitante condanna a pene pesanti – 12, addirittura 18 anni di galera – per i capi delle sezioni (tra cui, Garibaldi Bosco). Eppure è innegabile che una risposta così violenta a migliaia di persone che chiedevano il rispetto del proprio lavoro e della propria dignità di individui deve aver prodotto i suoi danni. Cosa devono aver pensato, allora, i contadini siciliani? Ricacciati in una miseria senza prospettive dallo Stato che avrebbe dovuto, invece, appoggiarli nella lotta contro l’arroganza dei latifondisti e la cecità dei politici locali, quale altra strada potevano vedere davanti a sé per sperare ancora nel futuro e nella società civile ora che la richiesta pacifica e dignitosa era naufragata tanto miseramente? Quale deve essere stata, allora, l’idea dello Stato che si formava nella coscienza della popolazione, di quello stesso Stato liberale nazionale che solo trent’anni prima aveva promesso di distribuire la terra ai contadini, quegli stessi che ancora reclamavano la sussistenza minima? Quale fiducia potevano ancora nutrire nelle istituzioni le decine di migliaia di siciliani che votavano con determinazione i rappresentanti dei fasci affinché sedessero sugli scranni dei comuni, già pianificando l’accesso al Parlamento, dove avrebbero potuto finalmente operare in favore delle leggi che avrebbero fatto giustizia dei soprusi che subivano? Ora che era proprio quello Stato a chiudere di prepotenza i Fasci e ad arrestarne i capi, cos’altro restava?

I capi dei Fasci Siciliani nella gabbia dell’aula al processo dell’aprile 1894 – Licenza: Wikimedia Commons

Al netto di qualsiasi altra considerazione, è innegabile che i Fasci Siciliani dei Lavoratori siano stata una clamorosa, splendida occasione mancata. Se è vero come è vero che la storia non si fa con i ‘se’, è suggestivo immaginare cosa sarebbe oggi la Sicilia, e probabilmente il Meridione intero, se una tale occasione fosse stata colta. Se anziché inviare i bersaglieri, se anziché arrestare i capi, se anziché chiudere i fasci… 

Specifiche foto:
Titolo: Illustrazioni dei manifestanti dei Fasci Siciliani
Autore: sconosciuto
Licenza: Wikimedia Commons
Link e attribuzione: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/33/Illustrazione_italiana_21_01_1894_P1.jpg L’Illustrazione italiana, Public domain, via Wikimedia Commons
Foto modificata.

Titolo: Rosario Garibaldi Bosco
Autore: sconosciuto
Licenza: Wikimedia Commons
Link e attribuzione: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/9/99/Rosario_Garibaldi_Bosco.jpg Autore sconosciuto Unknown author, Public domain, via Wikimedia Commons
Foto modificata.

Titolo: I capi dei Fasci Siciliani nella gabbia dell’aula al processo dell’aprile 1894
Autore: sconosciuto
Licenza: Wikimedia Commons
Link e attribuzione: https://en.wikipedia.org/w/index.php?curid=29414845 By Unknown – Il «manifesto» di Nicola Barbato La Sicilia, January 10, 2010, PD-Italy,
Foto modificata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *