Trama

Sud America, anni Settanta del Novecento. Un nonno anarchico regala al nipotino Luis il libro “Come fu temprato l’acciaio” di Nikolaj Ostrovskij: è un chiaro invito a fare un viaggio che non porta da nessuna parte, ma che val la pena di fare. Il piccolo Luis promette che lo avrebbe compiuto e che un giorno sarebbe andato fino a Martos, un paesino dell’Andalusia dal quale il nonno anarchico è fuggito anni prima in nome della libertà.

Il viaggio ha inizio quando Luis, adolescente, aderisce alla Gioventù Comunista, e così diventa l’orgoglio dei genitori, convinti di aver cresciuto “un essere sociale devoto alla collettività e alla solidarietà che avrebbe caratterizzato la nuova società”. La solidarietà che inorgoglisce il nonno, spingendolo alle lacrime, la dimostra aderendo a uno sciopero proclamato per difendere i diritti dei minatori del carbone. A diciotto anni sceglie di seguire l’esempio dell’uomo più universale che l’America Latina abbia mai avuto: Che Guevara. Tutto questo fa finire Luis in una delle più infami carceri cilene. Vive da recluso nel carcere di Temuco per due anni e mezzo, durante i quali viene torturato dai sadici militari cileni, aiutati talvolta da uomini dell’intelligence statunitense, da paramilitari argentini, da neofascisti italiani e da agenti del Mossad. Il suo viaggio da nessuna parte termina nel giugno del 1976 grazie a una campagna di Amnesty International.

Anche se un tempo sarebbe stato più facile recarsi nei Paesi della felicità, Luis non si arrende e inizia un viaggio alla ricerca di se stesso e alla scoperta di quella frontiera che un tempo conduceva ai confini del mondo e che ora è scomparsa. Così, ormai uomo, Luis è costretto all’esilio e a vagabondare per l’America Latina. In Argentina, Bolivia, Uruguay, Ecuador fa incontri bizzarri ma memorabili con uomini e donne di grande nobiltà che gli offriranno il meglio di loro stessi, sia che siano degli illuminati che vogliono fare la Rivoluzione culturale, sia che siano degli illustri uomini pubblici o dei professori universitari o delle signorine dei bordelli. Incontro dopo incontro, Luis si spinge sempre più in là, fino a quando il cerchio non sarà chiuso. Perché nessuno deve vergognarsi di essere felice.

Perché leggerlo

La frontiera scomparsa è quella che permette di entrare nei territori della felicità, a cui bisogna sempre ambire, anche dopo aver fatto esperienza del dolore, della paura, della disillusione. Luis Sepulveda ci ha lasciato questo insegnamento, esplicitato in un romanzo di formazione chiaramente autobiografico, di cui si consiglia la lettura per rafforzare la propria fiducia nel genere umano e in se stessi.

Lo scrittore cileno, nato in Cile nel 1949 e morto in Spagna nel 2020, ha vissuto negli anni del regime del generale Augusto Pinochet. Ha vissuto esperienze estreme, come il carcere, la tortura, l’esilio, affrontandole e superandole con quell’intelligenza e quell’ironia che lo hanno reso non solo uno scrittore sempre attuale ma anche un esempio per chi ritiene che non sia possibile dimenticare o perdonare i propri carnefici: bisogna sempre brindare alla vita, che ci regala anche avventure indimenticabili e incontri con uomini e donne capaci di donarci il meglio di sé. La testimonianza che ci resta è un invito a guardare alla letteratura come a un fenomeno di resistenza, a focalizzare l’attenzione sul bene, a immaginare che altre strade sono percorribili e che quindi un mondo migliore è possibile, al di là di ogni utopia.

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