Trama

La miseria più nera, quella priva di speranza, è la condizione che accomuna le vite di una giovane orfana, Varvara, e di un uomo di mezza età, Makàr, nel cui scambio epistolare l’amicizia, frutto di empatia più che di una lontana parentela, si traduce in gesti concreti di solidarietà e sacrificio.

Varvara sopravvive facendo piccoli lavori, dopo aver lasciato la casa di una parente che l’aveva accolta dopo la morte del padre e che, nel tempo, aveva cercato di approfittarsi della sua fragilità emotiva, aggravata dalla successiva perdita della madre. Di fronte al suo nuovo alloggio va a vivere Makàr, umile copista mortificato dai colleghi di lavoro e segnato da dolorose vicende personali, capace ancora di sognare una vita piena, realizzata. Alla giovane destina parte del suo misero stipendio, nel tentativo di alleviarle le sofferenze dovute alla solitudine e a una salute cagionevole, perché segnata dalla povertà: Varvara non può permettersi un alloggio dignitoso, né vestiti adeguati alle rigide temperature invernali di San Pietroburgo. Ma la vicinanza paterna delle prime pagine lascia ben presto il posto al desiderio di un legame d’amore più che d’amicizia.

Ad accomunare i due è la speranza che un giorno qualcosa possa cambiare. A entrambi si presenta un’occasione di svolta, la possibilità di scrivere almeno una pagina della propria storia. Uno dei due riuscirà a coglierla, ma se questa decisione porterà a qualcosa di buono è tutto da vedere. 

Perché leggerlo

In polemica con la citazione che introduce al romanzo, Dostoevskij ci vuole “raccontare qualcosa di utile”, rivelando “le miserie della vita”. E ci riesce, mostrando a tutti noi, soprattutto all’individuo oversharing dell’era social, che, oltre ogni forma di miseria, che ci accomuna perché siamo tutti alla ricerca di una pienezza di vita, ciò che ci mantiene vivi è una speranza concreta, fatta di lotta contro la determinazione definita da altri.

Da questo punto di vista, siamo tutti “povera gente” in cerca di qualcuno o qualcosa che colmi la mancanza che proviamo quando avvertiamo la precarietà della nostra esistenza e lottiamo per definire il nostro cammino di vita in questo mondo. È bene essere consapevoli di questo e del fatto  che nessuno si rassegna a rivestire il ruolo di un personaggio cucitogli addosso da altri, che sono mossi spesso dalla brama di privilegi o riconoscimenti che solo apparentemente preservano dal dolore o dalla incapacità di autorealizzarsi. Makàr e Varvara ci mostrano che la presa di coscienza di chi si è e di chi si vuol essere inizia dalla parola, dapprima letta sui libri e poi condivisa nelle lettere scritte per compiere quell’atto libero che è la ricerca della conoscenza di sé, sola via per la felicità. Per questo, Dostoevskij non narra al lettore le vicende di due persone comuni, ma indaga le miserie che difficilmente facciamo venire alla luce, nonostante segnino, a volte indelebilmente, le nostre esistenze. Ci spinge a pensare al lato brutto e umiliante delle nostre vite, quello che da sempre fa male raccontare, a noi stessi in primis. Anche se si è romanzieri di successo oppure moderni influencer in cerca di seguaci, la cui esistenza non è relazione ma autocompiacimento destinato a durare il tempo di un like.

Il cuore di un uomo, che soffre per le offese e le umiliazioni subite da un altro essere umano, altrettanto oppresso e infelice, continua a rivivere nelle pagine di quest’opera immortale pubblicata per la prima volta nel 1846.

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