Dalla Regio V le ricerche archeologiche, già iniziate nell’ambito del Grande Progetto Pompei e tuttora in corso, hanno recentemente riportato alla luce importanti testimonianze di coroplastica votiva

La Regio V e la sua famosa Casa di Leda e il cigno

La Regio V è un settore dell’antica città di Pompei interessato già da alcuni anni da azioni di messa in sicurezza, restauro e ricerca. La struttura abitativa più nota, tra quelle finora qui indagate, è la cosiddetta Casa di Leda e il cigno, così denominata dal tema di un quadretto ad affresco documentato in un suo cubiculum, ossia una stanza da letto. Anche in un altro simile ambiente, decorato sempre in IV stile, la domus ha restituito due pregevoli ritratti di donne agghindate rispettivamente con monili ed un ramo d’ulivo, da una parte, e con una corona di foglie di vite, dall’altra. Il grande valore sul piano artistico di questa abitazione è ulteriormente comprovato dal ritrovamento, nell’ambiente n. 25 identificato come atrio, di un pannello recante una rappresentazione di Narciso, intento a specchiarsi nell’acqua ed attorniato dalle figure di Eros e di un cane.

A nord di questo vano si delinea un ulteriore gruppo di ambienti inquadrati dagli archeologi in una differente unità abitativa, ribattezzata come domus settentrionale. In uno di essi, il n. 42, contraddistinto dalla funzione di atrio, le indagini hanno riportato alla luce, all’interno di una nicchia in cui era inserito presumibilmente una sorta di mobile-scaffale, tredici statuine in terracotta. Le figure, ottenute da matrici bivalve e ricoperte da strati di pittura policroma, rappresentano personaggi maschili e femminili, nonché altri elementi votivi, come una mandorla, una noce e la protome di un gallo, che sembrano rimandare alla mitologia di Cibele ed Attis.

Una delle statuine rinvenute – Foto da comunicato stampa

Il culto di Cibele e Attis legato alla ciclicità della natura

Originario dell’Asia Minore e diffusosi progressivamente in Grecia e buona parte del mondo occidentale, il culto di questa divinità era associato ai concetti di vita e morte, nascita e rinascita, i quali a loro volta alludono alle stagioni naturali ed al ciclo della fertilità dei campi. La vicenda mitologica ha origine dal personaggio androgino di Agdistis, nato dalla terra in seguito alla caduta del liquido seminale di Zeus, che non riuscì ad unirsi con Cibele. In virtù della sua doppia natura nonché del suo aspetto seducente, gli dei decisero di castrarlo. Il sangue fuoriuscito da tale evirazione, bagnando il suolo, determinò la nascita di un mandorlo. I suoi frutti furono così belli da attirare la figlia del re Sangario, chiamata Nana, la quale, una volta stretti in petto, rimase incinta dando poi alla luce Attis. Quest’ultimo fu contraddistinto anch’egli da un tale fascino da sedurre addirittura lo stesso Agdistis. Al fine di evitare una specie di incesto tra i due, il re di Pessinunte, Mida, detto anche Gallo, cercò di dare in sposa sua figlia ad Attis. Tuttavia, tali nozze furono ostacolate ed impedite dall’intervento di Cibele. In seguito a ciò, dunque, il giovane pastore, nascostosi dietro un pino, decise di evirarsi. Il sangue scaturito a causa di tale gesto sarebbe dunque caduto nel terreno, determinando la fioritura di viole, e lo stesso Attis, nonostante quest’atto di disperazione, sarebbe sopravvissuto, diventando successivamente servo fedele di Cibele. Secondo un’altra versione del mito, invece, il pastore fu conteso, per la sua bellezza, sia dalla dea della natura che da Agdistis il quale, per gelosia, lo avrebbe ucciso assicurandosi, prima, però che il suo corpo non deperisse e che anzi i suoi capelli potessero ricrescere di continuo.

Dalle precedenti attestazioni pompeiane al gruppo della domus settentrionale

Alla luce del suo legame con la dimensione agricola ed il mondo bucolico, il culto di Cibele e di Attis trovò ampia diffusione sia in Magna Grecia che, e soprattutto, a Roma, dove, in occasione dell’equinozio di primavera, si tenevano giochi come i Ludi Megalenses e festività come gli Hilaria, le quali si celebravano proprio nei pressi del Tempio della Magna Mater sul colle Palatino. Già prima dei ritrovamenti della Regio V, la figura del giovane pastore era stata documentata a Pompei in numerose statuette votive in bronzo ed in un affresco della Casa di Pinarius Cerialis in cui è raffigurato, con un coltello in mano, in procinto di evirarsi, circondato da Eros e tre Ninfe. Un simulacro della dea Cibele, invece, è rappresentato in una processione dipinta su una parete della taberna di M. Vecilius Verecundus, la quale potrebbe fare riferimento a cerimoniali svolti nell’ambito dei suddetti Ludi Megalenses.

Tra le statuine rinvenute nella domus settentrionale della Regio V, Attis ricorre con gli attributi caratteristici del berretto frigio e della cista, indossando una tunica che talvolta lascia intravedere il ventre e che in un caso, per il suo scollo a V, presenta analogie con un’altra immagine rinvenuta a Pompei e pubblicata già nel 1990 da A. D’Ambrosio e M. Borriello. In una figurina, sottoposta ancora ad interventi di consolidamento e di rimozione dei depositi terrosi, il personaggio mitologico, accovacciato su una roccia, si porta le mani all’altezza del pube poco prima o poco dopo il gesto dell’evirazione. A Cibele oppure ad una sua devota si riferisce una statuetta femminile frammentaria, munita di un tipico copricapo cilindrico, il polos, ed intenta ad allattare un infante al seno. Infine, ulteriori oggetti documentati al momento nella nicchia dell’ambiente 42 e riconducibili al culto di questa divinità sono un gallo, che richiama l’epiteto dato ai suoi sacerdoti, ed una pigna in vetro, che riproduce il tipico frutto con cui tali ministri si percuotevano in occasione di rituali e sacrifici.

Una delle statuine rinvenute – Foto da comunicato stampa

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